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SICILIA ALLA FAME, BUSETTA (SVIMEZ): RECUPERARE I DISPOSITIVI DI SICUREZZA E RIAPRIRE TUTTE LE AZIENDE

Ivana Zimbone |venerdì 03 Aprile 2020
Almeno un milione di siciliani non hanno soldi per mangiare. Scelfo (Sais): “Trasportiamo 2 persone per autobus. 500 dipendenti a rischio”. Averna (Cavalieri lavoro Sicilia): “Un duro colpo, epocale”. Busetta (Svimez): “Recuperare i dispositivi di sicurezza necessari e riaprire tutte le aziende”

Da una parte l’emergenza sanitaria, dall’altra l’emergenza economica che ogni giorno che passa stringe la sua morsa su milioni di italiani. Ed in Sicilia è ancora peggio. Se solo pochi giorni fa parlavamo di un milione di siciliani alla fame, ora la platea si allarga. Difficile quantificare: tra lavoratori dipendenti di imprese chiuse e lavoratori autonomi, considerando le loro famiglie, e ancora migliaia di persone che possono essere fatte rientrare nel cosiddetto “sottobosco”, ovvero gente senza lavoro che sino a poco tempo fa si alimentava gravitando nel limbo dell’illegalità (parcheggiatori abusivi, lavavetri, ecc.), i siciliani alla fame rischiano di essere ben più di un milione.
In molti auspicano la ripresa delle attività, gradualmente, ma per questo bisogna affidarsi ai tecnici, all’Istituto superiore della Sanità che potrà dirci quando sarà “sicuro” tornare per strada, riaprire i battenti. Intanto Conte ha confermato il prolungamento delle misure restrittive per contenere la diffusione dell’epidemia sino al 13 aprile, almeno. In questa pagina sentiamo il parere di un economista, Pietro Busetta, e di alcuni importanti imprenditori che ci raccontano la loro storia e ci indicano una via per tornare a guardare al futuro con più serenità.

Dario Raffaele

CATANIA – Coronavirus e Sud, un binomio che può rappresentare il riassunto di una completa catastrofe per l’economia. Ma anche un nuovo punto di partenza per il riequilibrio delle risorse. In un’intervista al QdS il professore Pietro Massimo Busetta – economista, accademico e membro del CdA di Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno) – spiega perché il Sud risenta maggiormente della crisi e come sia possibile ridisegnare un nuovo assetto dell’economia del Paese.

La crisi economica causata dall’emergenza sanitaria si inserisce al Sud in una realtà già debole prima della diffusione del virus. “Al Sud lavora una persona su quattro, mentre al Nord ne lavora una su due. Questo significa che all’interno delle famiglie, quando un lavoratore viene meno alla sua attività, al Sud non c’è un altro membro che possa soddisfare i beni di prima necessità all’interno del nucleo. Anche il reddito procapite è indicativo, perché al Sud si guadagna mediamente 15mila euro l’anno, al Nord il doppio. Utilizzare i 9 miliardi di euro dei fondi europei destinati al Mezzogiorno? Un’ulteriore mossa sbagliata”, ha chiosato Pietro Massimo Busetta.

Senza considerare, poi, che la Cassa Integrazione – a cui si fa riferimento per rispondere alle preoccupazioni di chi teme di non poter lavorare più nell’azienda che lo aveva assunto – è prevista solo per chi abbia un “posto fisso” e non per quanti siano costretti a vivere – in condizioni normali – con quanto guadagnato durante la giornata. Si pensi ai venditori ambulanti, per esempio, che al Sud non sono pochi.

Secondo il professore, della situazione drammatica è anche responsabile quella che lui chiama “bulimia del Nord”: “La massa produttiva è concentrata nel Settentrione e le polveri sottili troppo elevate hanno comportato una diffusione capillare del virus. Le città della Brianza, poi, sono troppo vicine. E con il blocco del Nord, si è bloccato l’intero Paese. Le industrie che hanno chiuso, hanno mandato via i lavoratori. Sono dovuti rientrare nel Mezzogiorno, appesantendolo ulteriormente, in massa”, ha detto.

La stessa “bulimia del Nord” avrebbe poi sottratto al Sud ingenti somme di denaro: “Il Settentrione ha rubato al Meridione circa 600 miliardi di euro – solo negli ultimi 10 anni – che se fossero stati distribuiti procapite, sarebbero andati a quest’ultimo. Avevo già denunciato tutto questo in un mio libro, ‘Il coccodrillo si è affogato’, nel 2018. Ora bisogna reinventare il Paese”, ha continuato.

Secondo Busetta bisogna programmare attentamente – adesso e non dopo – ogni azione volta alla ricostruzione dell’economia del Belpaese. “Mentre i ministri Lorenzo Fontana e Luca Zaia continuano a parlare di Nord, bisogna pensare a un nuovo modello di sviluppo. Parte della produzione industriale dev’essere spostata al Sud, perché equilibrare il Paese significa renderlo più forte. E dobbiamo anche considerare che il Mezzogiorno non può fermarsi a lungo. È responsabile di 1800 miliardi di Pil all’anno che – calcolati – si aggirano intorno a 150 mld mensili. Se il Sud si ferma, queste somme di denaro vengono perse dall’intero Paese, ma soprattutto dal Meridione stesso che normalmente non ha gli stessi introiti del Nord”, ha spiegato il professore.

L’economista afferma quindi con forza l’esigenza di far ripartire le attività produttive: “Nulla sarà più come prima. Dovremmo copiare i modelli diversi da quelli nostri, come quelli adottati a Singapore o in Corea. Dobbiamo recuperare tutti i dispositivi di sicurezza necessari e riaprire le aziende ferme dal 28 febbraio. Se il Paese non riparte, non si possono trovare le risorse necessarie per supportarlo. Per ripartire sono necessarie anche nuove grandi opere infrastrutturali. La ricostruzione del Ponte Morandi a Genova, non si è fermata; adesso, si passi al progetto – già cantierabile – del Ponte sullo Stretto”, ha detto.

“Se il Governo non mette in condizioni le banche – che vorrebbero rinnovare i fidi agli utenti – di immettere liquidità, il sistema non potrà avere una ripresa. E poi bisogna sostenere le famiglie e le imprese, con un’attenzione particolare per il settore turistico, tanto caro all’Italia. A tal proposito, bisogna trovare i modi per far venire i turisti con tutte le protezioni necessarie, in sicurezza”, ha chiosato Busetta.

All’economista pare che i governanti soffrano della ‘Sindrome del Vietnam’ e che emettano provvedimenti solo lentamente e in misura inferiore rispetto alle necessità reali. Invece, auspicherebbe dalla “sospensione completa del fisco e delle imposte per le imprese, a interventi importanti per partite iva e ordini dei professionisti. Ma anche a una lunga proroga per il pagamento dei contributi da parte delle famiglie. Perché l’equilibrio delle stesse è completamente ‘saltato’ e non è il momento di appesantirlo ulteriormente”.

Realisticamente servono 400 miliardi”, ha detto Busetta. Certo è che se l’Italia, da sola, non è in grado di far fronte a 360 gradi alla nuova emergenza epocale, occorre qualcuno che offra un supporto.

L’Europa? Alla fine i soldi ce li presterà, ma non ce li regalerà; chi fa ostruzionismo deve sapere che i debiti vengono garantiti – e non pagati -dai Paesi membri. Se perderà l’occasione per diventare davvero Europa, quindi per dimostrare di rappresentare un’unica comunità, si sfascerà. Ma rimango fiducioso”, ha concluso il professore Busetta.


Alessandro Scelfo, vertice della Sais Autolinee, racconta lo scenario vissuto dalla sua azienda

CATANIA – Le restrizioni imposte dal Governo per arginare la diffusione del Coronavirus stanno mettendo a dura prova anche i maggiori imprenditori siciliani nel settore dei trasporti. Alessandro Scelfo, cavaliere del lavoro e vertice della Sais Autolinee S.p.A., racconta il nuovo scenario vissuto dalla sua azienda.

“Con gli interventi del presidente della Regione – Nello Musumeci – e del presidente del Consiglio – Giuseppe Conte – le nostre linee interregionali, ovvero quelle a lungo raggio, sono state interrotte. Le linee che rimangono all’interno del territorio siciliano, invece, sono state ridotte al minimo. Oggi trasportiamo circa due o tre persone per singolo autobus. Mantenere queste linee è diventato un onere notevole, perché di fatto non rappresentano un incasso. Se il fermo verrà prolungato, avrà certamente un’incidenza maggiore sulla ripresa”, ha chiosato Alessandro Scelfo.

Così anche la Sais, nata nel lontano 1926 a Enna come “Ias” su iniziativa dell’ingegnere Antonio Scelfo, si troverebbe in serie difficoltà. “Fermare un’azienda è facile, ma farla ripartire è difficile. Non avremo più il mercato di prima e la ripresa sarà dura, costosa e passiva. Questa grande crisi ha fermato le aziende, che rappresentano l’economia dello Stato. Gli aiuti? Ad oggi, inadeguati”, ha continuato.

Sono 7-8 milioni le persone trasportate ogni anno dalla Sais, ma oggi parte dei suoi 500 dipendenti rischiano di non poter più lavorare come prima: “Stiamo cercando di far scontare al personale le ferie arretrate e speriamo di metterli in Cassa integrazione, di utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali possibili”, ha detto Scelfo con rammarico. Anche perché la famiglia “ha sempre lavorato umilmente, cercando di offrire lavoro – retribuito – e di contribuire così alla crescita del Paese”.

Secondo l’imprenditore, per favorire la ripresa dell’Italia e della nostra regione, occorre affrontare la crisi in maniera complessiva e sistematica, senza dimenticare nessun settore. Perché ognuno di questi rappresenta un fondamentale tassello senza il quale l’economia non potrà ripartire. Intanto, secondo Alessandro Scelfo, “bisogna immettere liquidità nel sistema. Lo si può fare stampando nuovi contanti, e quindi comportando una svalutazione della moneta, oppure con una patrimoniale. Ricordando che, comunque, il tenore di vita dei cittadini sarà più basso e che tutti saranno più poveri di prima, con una perdita di almeno la metà del patrimonio iniziale”.

Ma poi è necessario anche supportare “tutti i target sociali. La sanità, la scuola, le pensioni devono per forza essere maggiorate. Altrimenti si produrranno tensioni e lacerazioni sociali difficili da gestire, tanto dal punto di vista umano, quanto dal punto di vista pratico. E bisogna assicurarsi che i sussidi previsti arrivino a tutti, non solo alle aziende, che viceversa non avrebbero garantita l’utenza. Sperando sempre che, in tutto questo, i ‘portatori sani’ del virus possano fare da scudo – con la loro immunità – a coloro che non lo avranno contratto in precedenza”.


Francesco Averna, presidente Cavalieri del Lavoro Sicilia

CATANIA – In un’intervista al QdS Francesco Rosario Averna, presidente del gruppo siciliano dei Cavalieri del lavoro, spiega come occorre intervenire per fronteggiare l’emergenza Coronavirus e per ripartire.

“La crisi attuale al Sud non fa che aggravare una situazione già difficile di un sistema economico precario. Un duro colpo, epocale. Dopo il Coronavirus, sarà dura rimettere in piedi un sistema sconvolto, esattamente come dopo una guerra. Il decreto c.d. ‘Cura Italia’ è accettabile solo se considerato come un primo passo parziale a cui dovranno far seguito – in tempi brevi – altri interventi importanti. Bisogna subito sostenere il reddito delle famiglie, con un grande reddito di cittadinanza molto più esteso, perché c’è chi non ha più i quattrini per fare la spesa. E bisogna contemporaneamente sostenere le imprese, con un blocco alla fiscalità e alla contribuzione, ma anche con un’immissione considerevole di liquidità”, ha chiosato Francesco Rosario Averna.

Le imprese siciliane sono in ginocchio. E le stime dei danni di questa crisi – che coinvolge tanto la domanda, quanto l’offerta del mercato – salgono a centinaia di miliardi di euro. Cifre insostenibili per un’Italia paralizzata in quasi tutti i suoi settori. Secondo il presidente, “ha ragione Mario Draghi – economista ed ex presidente della Bce – non possiamo guardare alle cifre solitamente garantite dai trattati europei.

Serve che l’Italia si indebiti molto più del previsto, altrimenti il collasso economico finirebbe per avere delle dimensioni inimmaginabili e per coinvolgere l’intera Europa. Anche il pontefice ha ragione, perché siamo tutti sulla stessa barca, questa è la grande verità. Se anche la situazione sanitaria dei Paesi europei meno propensi alla solidarietà dovesse aggravarsi, non mancherebbero di rendersi conto della gravità della questione. La solidarietà è il mezzo per ridare credibilità all’Europa; questo è il momento di dimostrarla”.

Sono tre gli elementi essenziali individuati per la ripartenza da Francesco Rosario Averna. Al sostegno al reddito e al sistema delle imprese, non può mancare una forte iniezione di investimenti pubblici: “Occorre un piano di investimenti su modello keynesiano – in riferimento all’economista britannico del XX secolo John Maynard Keynes, padre della macroeconomia e di teorie economiche sviluppate nel dopoguerra, volte a supportare il sistema capitalista con interventi pubblici e statali -, ma a livello europeo. Perché in momenti di grandissima sofferenza, il motore pubblico è essenziale per far ripartire l’economia. Lo dimostrano anche gli interventi di Franklin Delano Roosvelt dopo il crollo di Wall Street del 1929, in America.

Il finanziamento? Deve essere garantito dai ‘Coronabond’ ai quali si sono tanto opposti Germania e Olanda. L’atteggiamento di questi ultimi Paesi – che non vogliono rischiare di accollarsi gli indebitamenti del Sud Europa – sarebbe quasi giustificabile in condizioni normali, ma è assolutamente inappropriato durante un’emergenza sanitaria di simili dimensioni”, ha concluso.

FONTE: QDS

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