Niente più sfruttamento dei lavoratori? Colpa del Reddito di cittadinanza…

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Ogni scusa è buona per attaccare il Reddito di cittadinanza, provvedimento troppo civile in un Italia che è ormai terra di conquista dei liberisti che controllano l’Unione Europea dell’euro. Nella polemica di queste ore, con i titolari degli stabilimenti balneari che non trovano giovani disposti a lavorare, c’è un equivoco di fondo che in tanti fanno a gara ad ignorare. L’attacco al mondo del lavoro, che in Italia comincia con Craxi. Lo smantellamento dell’agricoltura del Sud Italia

E’ di queste ore una strana polemica sugli stabilimenti balneari che offrirebbero posti di lavoro: offerte che verrebbero snobbate da chi preferisce restare a casa a godersi il Reddito di cittadinanza. Peccato che questa storia venga raccontata a spizzichi e bocconi: gli avvisi di offerta di lavoro sono scritti in modo generico, non si parla di quante ore di lavoro giornaliero dovrebbero essere svolte, non vengono illustrate le condizioni di lavoro e, soprattutto, non si parla di retribuzioni.

Quello che viene detto, anzi ‘strillato’, è che il Reddito di cittadinanza scoraggia il lavoro corretto, incoraggia i vagabondi, mette in difficoltà le imprese e bla bla bla.

Per smontare questo dibattito surreale basta una semplice considerazione: posto che il Reddito di cittadinanza arrivi a 750 euro al mese (anche se non sono mancate polemiche – sempre da parte di chi deve criticare a tutti i costi questa iniziativa di civiltà – perché tanti giovani percepirebbero meno di 750 euro al mese), se un giovane si rifiuta di andare a lavorare negli stabilimenti balneari dalla mattina al tramonto, è evidente che la retribuzione non deve essere molto allettante.

Negli stabilimenti balneari si comincia a lavorare la mattina presto, si prosegue senza interruzione fino alla pausa pranzo (sempre che sia prevista…) e poi il pomeriggio sino al tramonto. Se osserviamo l’orologio, ci dovrebbero essere due turni di lavoro.

Ma veramente negli stabilimenti balneari chi vi presta servizio lavora dalle sette di mattina fino alle quattordici, per poi passare il turno, dalle quattordici alle venti, ad altri lavoratori come si fa in tutti i posti di lavoro? O, forse, si tratta di un turno unico di quattordici ore di fila, se va bene con una mezza pausa pranzo?

Esistono i controlli in questo settore?

Quello del lavoro, in Italia, è un tema posto e affrontato male. E viene posto e affrontato male perché vi è l’interesse, da parte di chi sta ‘colonizzando’ l’Italia, a porre e ad affrontare male tale tema, creando ad arte confusione.

Per giustificare ad ogni costo la presenza di immigrati – che di fatto vanno a sostituire chi, soprattutto nel Sud, è costretto ad emigrare (QUI UN NOSTRO ARTICOLO) – ci dicono che “i migranti svolgono lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”.

In realtà, il problema è diverso: i lavoratori italiani si rifiutano di svolgere certi lavori con salari bassissimi: che è cosa ben diversa dal dire che gli italiani si rifiutano di fare certi lavori!

Gli italiani non vogliono essere sfruttati e si rifiutano di svolgere lavori per quattro soldi; i migranti, invece, visto che sono tanti non hanno alternative, accettano di svolgere questi lavori.

Del resto, è per questo che li fanno arrivare in Europa: per abbassare i salari e, come scrive il filosofo e commentatore Diego Fusaro, per trasformare i lavoratori italiani in precari, equiparandoli ai migranti.

La ‘filosofia’ del Jobs Act – che ha alle spalle altre leggi ‘innovative’ che hanno ‘novellato’ al ribasso i diritti dei lavoratori italiani – va proprio in questa direzione: dal lavoro certo al lavoro precario, con meno diritti (da qui l’attacco sistematico allo Statuto dei lavoratori) e libertà delle imprese di licenziare.

L’attacco al lavoro, in Italia, comincia negli anni ’80. E comincia con la ‘sinistra’ al Governo, perché non c’è cosa migliore che utilizzare la ‘sinistra’ – o presunta tale – per togliere diritti ai lavoratori.

Il vergognoso attacco alla scala mobile è del 1985. E chi è che governava l’Italia allora? Il ‘socialista senza socialismo’ Bettino Craxi, all’epoca Presidente del Consiglio. Il tutto con il corollario di un referendum confusionario e con teorie politiche che equivocavano su “meriti” e “bisogni”: ‘favole’ di un socialismo immaginifico raccontate bene, da chi sapeva scrivere e parlare forbito: chiacchiere pi inchiri a testa ai cristiani, come si usa dire in Sicilia…

Certo, poi chi utilizzò la stagione craxiana per eliminare la scala mobile ha eliminato anche Craxi (ma i motivi erano altri: in parte ‘atlantici’, in parte legati al fatto che Craxi era troppo intelligente per non capire che cosa sarebbe successo con l’Unione Europea e con il ricatto del debito pubblico italiano: del resto, nel 1981, quando andava in scena il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro era già segretario del PSI e allora la Massoneria era fortissima, se è vero che la P2 lambiva anche lo stesso PSI).

Eh sì, l’attacco al mondo del lavoro, in Italia, è passato prima dalla stagione craxiana e poi, dopo il caos degli anni ’90, con un quindicennio di euro e di contestuale ‘colonizzazione’ dell’economia italiana da parte di ‘investitori’ esteri.

Poi ci voleva un altro ‘socialista’ di polso per far ‘digerire’ agli italiani l’eliminazione di altri diritti sociali: e hanno trovato il PD di Matteo Renzi con il già citato Jobs Act. L’operazione doveva essere completata con lo smantellamento della Costituzione italiana del 1948: ma gli italiani, per fortuna, hanno bloccato Renzi e il PD: che, però, esistono ancora e vorrebbero tornare per completare l’opera per conto dell’Europa dell’euro…

E’ in questo scenario che si inserisce il Reddito di cittadinanza, che va in controtendenza rispetto allo smantellamento dei diritti dei lavoratori.

Non è un caso unico, perché questa forma di tutela dei lavoratori esiste in altre parti d’Europa e perché, per fortuna, i “Populisti” avanzano in tutta l’Eurozona. Ma in Italia è un fastidio che toglie margini di manovra a chi era ormai abituato a fare dei lavoratori italiani ‘carne di porco’.

Attenzione: l’attacco al mondo del lavoro, in Italia, ha radici profonde e non serve soltanto a livellare verso il basso i diritti dei lavoratori: è anche il mezzo per fare fallire le imprese con il sistema dei controlli, utilizzando le stesse leggi degli Stati che debbono essere ‘colonizzati’.

Il caso dell’Italia, in questo senso, è paradigmatico. Due esempi semplicissimi: ovvero la differenza tra quanto succede nelle spiagge italiane e quanto avviene in agricoltura.

Esistono i controlli sulle condizioni di lavoro nelle spiagge italiane? Negli stabilimento balneari si rispettano alla lettera i contratti di lavoro? Dalla mattina alla sera ci sono due turni lavorativi, con buste paga e tutto quello previsto dalla legge?

Diverso è il discorso in agricoltura. Dove – almeno nel Sud è così – non mancano certo i controlli sul lavoro. Tant’è vero che molte aziende agricole preferiscono non lavorare più, piuttosto che ricorrere a manovalanza in nero o comunque sottopagata.

Il tema è serio, perché, così facendo, si smantella l’agricoltura del Sud. E forse l’obiettivo è proprio questo: smantellare l’agricoltura del Sud per farla rilevare a soggetti esterni: soggetti del Centro Nord Italia o, magari, esterni anche all’Italia.

Il caso del grano duro Senatore Cappelli è emblematico. Ed emblematica è la pressione sui grani antichi del Sud e della sicilia in particolare…

Foto tratta da quifinanza.it

10 giugno 2019

SANITAR BABY CORLEONE