SICINDUSTRIA CONTRO GOVERNO E REGIONE, MORIRE DI FAME O DI COVID? ECONOMIA IN TERAPIA INTENSIVA

27 Ottobre 2020

Intervista esclusiva con Alessandro Albanese che invoca riforme strutturali e un buon uso del Recovery fund. Dopo il Dpcm del 25 ottobre e l’ordinanza di Musumeci, in una Sicilia già in ginocchio, maggiori restrizioni che nel resto del Paese, Riduzione dei passeggeri sui trasporti pubblici e dell’dell’attività scolastica, chiusura dei negozi, coprifuoco dalle 23

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Coronavirus, la “nuova ondata” di contagi tanto annunciata nei mesi scorsi è divenuta realtà. Anche in Sicilia, ex regione quasi “Covid-free”, regna la paura. Preoccupano soprattutto le città di Catania e Palermo; il personale sanitario è in grandi difficoltà e denuncia l’assenza di un piano terapeutico certo con cui trattare i malati. Aumentano i ricoveri, Dpcm e ordinanze regionali si susseguono senza sosta generando confusione. I cittadini temono per la salute dell’intera collettività, i cui parametri riguardano anche l’andamento virologico, ma non solo. L’economia sembra essere stata inghiottita dal vortice dell’incertezza: le attività chiudono, la disoccupazione dilaga, nelle famiglie si respira il terrore della miseria. Le associazioni di categoria chiedono aiuti concreti da parte del Governo e della Regione, nella speranza di non ricevere la stessa diffidenza che ormai si avverte tra gli stessi cittadini.

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L’ultimo Dpcm, confusione sulla nuova ordinanza di Musumeci

Proprio per frenare l’impennata dei contagi il presidente del Consiglio – Giuseppe Conte – firma il terzo Dpcm in pochi giorni. Adesso bar, gelaterie e ristoranti chiuderanno alle ore 18, anche nei giorni festivi. Ma per loro si riserva la possibilità di operare per l’asporto e per le consegne a domicilio nelle ore successive. Ai tavoli dei ristoranti potranno sedere massimo 4 persone, a eccezione dei nuclei familiari più numerosi. Sarà vietato consumare bibite o cibi all’aperto, per le strade o sulle piazze.
Chiudono palestre, piscine, centri termali, parchi di divertimento, teatri, cinema, sale da concerto, bingo, ma restano aperti i musei. Rimangono autorizzate le attività sportive all’aperto con distanziamento. Non saranno più consentiti congressi, convegni, fiere e feste (nemmeno a seguito delle celebrazioni religiose). La stretta coinvolge nuovamente l’istruzione: licei, istituti tecnici e professionali dovranno svolgere almeno il 75% delle loro attività a distanza.

L’ultima ordinanza firmata da Nello Musumeci (Ordinanza contingibile e urgente n. 51 del 24 ottobre ed efficace dal giorno successivo) consentirebbe – fatta eccezione per le “zone rosse” – l’apertura di palestre, piscine e centri benessere dalle 8 alle 20, così come le attività di sale gioco per il 50% della loro capienza massima, bar e ristorazione dalle 5 alle 23 con un massimo di 6 persone al tavolo, riservando però la consumazione al banco alla fascia oraria dalle 5 alle 18.

Ma il provvedimento del governatore dell’Isola è maggiormente restrittivo rispetto all’ultimo Dpcm su altri argomenti: riduzione dei passeggeri dei trasporti pubblici al 50% della massima capienza dei veicoli, sospensione del 100% dell’attività scolastica in presenza per tutti gli istituti scolastici di secondo grado e paritetici, chiusura degli esercizi commerciali (a eccezione delle attività di ristorazione) nelle giornate domenicali dalle 14 in poi, “coprifuoco” dalle 23 alle 5 (come in Lazio, Lombardia e Campania).

In Sicilia maggiori restrizioni rispetto al resto del Paese

Oggi, dopo il Dpcm del 25 ottobre, in Sicilia si applicheranno le disposizioni dell’ordinanza regionale, soltanto ove più restrittive di quelle statali (ad esempio, le scuole superiori dovranno impartire le lezioni interamente a distanza). Al contrario, per ristoranti e attività sportiva prevarranno le più rigorose misure nazionali.

A spiegarlo è Felice Giuffrè, professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico dell’UniCt, componente del Consiglio Direttivo e Tesoriere dell’Associazione italiana dei Costituzionalisti, nonché componente della Commissione paritetica Stato – Regione Siciliana ex art. 43 dello Statuto speciale: “L’equilibrio faticosamente raggiunto tra Stato e Regioni nei mesi scorsi prevede che le ordinanze regionali possano derogare le ordinanze nazionali vigenti nella misura in cui siano più restrittive e proporzionate rispetto all’andamento epidemico da fronteggiare. Si mantengono, comunque, ampie finestre che aprono la strada ad ulteriori opportunità derogatorie, sulla base del principio di leale collaborazione. Per esempio, le Conferenze regionali dei Rettori possono stabilire le misure da adottare in riferimento alla didattica universitaria e si lascia la possibilità di ulteriori misure da concordare con le singole regioni in relazione a particolari condizioni territoriali – chiosa Giuffrè -. In questo, come in altri casi in cui si intrecciano complicati rapporti tra Stato e regioni, le azioni di ciascun livello di governo devono essere improntate ai principi di ragionevolezza e di leale collaborazione”.

In caso di conflitti insanabili tra Stato e Regione sulle misure da adottare e sulle rispettive competenze, Musumeci potrebbe scegliere due strade: opporsi ai Dpcm di Conte davanti al TAR o, addirittura, dinanzi alla Corte Costituzionale (come garantito dall’art. 127 della Costituzione) con un ricorso per conflitto di attribuzioni. Diversamente, non resterebbe che accettare la prevalenza delle norme statali più severe su quella prevista dalla sua ultima ordinanza. “La scelta sarà frutto di una valutazione politica, che, inevitabilmente, coinvolge anche la previsione delle misure proporzionate e adeguate per fronteggiare l’emergenza sanitaria. La ragionevolezza delle ordinanza rispetto a tutti i valori in gioco, può essere oggetto di sindacato da parte della Giustizia amministrativa, che tuttavia dovrà valutare soltanto la sussistenza di palesi irrazionalità o evidenti violazioni di competenza.

Insomma, nell’emergenza divengono assai complicati anche i rapporti tra fonti normative e provvedimenti dei diversi livelli di governo (Stato, regioni e comuni)”, conclude il professore.

Le nuove restrizioni viste da Dario Pistorio, presidente Fipe Confcommercio, Francesco Costantino, dir. Confesercenti Ct e Alessandro Albanese (Sicindustria)

Le attività commerciali siciliane sopravvissute al lockdown registrano un brusco calo di fatturato già dal semplice annuncio di un nuovo Dpcm nelle scorse settimane. E l’incertezza del domani si ripercuote negativamente sull’occupazione e sulla stabilità delle famiglie.

“Bisogna pensare alla salute pubblica, ma non trascurare la salute economica delle aziende – afferma il presidente di Fipe Confcommercio, Dario Pistorio -. Rappresento personalmente 20mila pubblici esercizi con un indotto di 60mila impiegati nell’Isola e ritengo di dover denunciare una situazione generale gravissima: le discoteche sono state forzatamente chiuse quest’estate e continuano a pagare tutte le spese relative ad affitti e tasse, senza alcun aiuto da parte del governo regionale o di quello centrale e senza poter riaprire l’attività; gli eventi sono stati annullati dall’oggi al domani; nei bar la somministrazione al banco è stata impedita dalle ore 18 in poi, così tutti gli esercizi che non hanno lo spazio per aggiungere dei tavoli sono costretti a chiudere, così come tutti quelli che con le prossime basse temperature avranno necessariamente una capienza ridotta.

Il Governo continua a seminare terrore, a dire ai possibili clienti di rimanere a casa, di uscire poco, di fare attenzione.
Il 20-30% delle imprese siciliane non riuscirà più ad aprire e potrebbero essere schiacciate in via definitiva anche le realtà commerciali più autorevoli. Servono immediatamente aiuti concreti per sopportare questo semi-lockdown che è diventato una chiusura definitiva per tantissimi esercizi commerciali”.

Altri dati allarmanti arrivano dall’associazione Confesercenti Area Metropolitana di Catania. “Con il primo lockdown solo in Sicilia sono stati persi 6 miliardi di Pil e 76mila siciliani hanno perso il lavoro, con la chiusura di 3900 aziende. La disoccupazione oggi è arrivata al 39,6% – annuncia Francesco Costantino, direttore di Confesercenti di Catania -. Sembrava che questo clima drammatico durante il periodo estivo si fosse affievolito, ma adesso regnano nuovamente incertezza e paura”.

Alessandro Albanese, vicepresidente vicario di Sicindustria, in un’intervista esclusiva al Quotidiano di Sicilia racconta come per l’industria siciliana il coronavirus abbia rappresentato l’ennesimo colpo e definisce vergognosa la gestione delle risorse pubbliche da parte del governo centrale e regionale.

Le industrie siciliane si sono riprese dalla crisi del lockdown?
“Siamo ancora in piena emergenza. Sicuramente il terzo trimestre ha fatto registrare una ripresa del tessuto economico, ma per il quarto è previsto un nuovo crollo. Come può ben vedere, l’indice dei contagi è tornato a salire, cosa tra l’altro ampiamente prevista, e un nuovo bilancio potremo farlo tra qualche mese. Di certo posso dirle che tutto il sistema economico, peraltro già indebolito dalla crisi finanziaria del 2008, ha ricevuto un cazzotto inaspettato dalla pandemia da Covid19 e gli effetti sono davvero devastanti”.

Le imprese sono state supportate adeguatamente dal governo centrale e da quello regionale?
“No. Entrambi i governi si sono fin qui distinti per una politica di annunci. Al livello nazionale si è preferita la strada del sussidio, giustificabile solo come tampone d’emergenza.
Il secondo tempo avrebbe dovuto prevedere un sostegno strutturale alla ripresa, ma ancora oggi vedo la politica più concentrata a gestire conferenze stampa e confronti interni piuttosto che a individuare riforme e progetti concreti per utilizzare le risorse uniche messe a disposizione dall’Unione europea.
A livello regionale parliamo, dopo una legge di stabilità fatta di tante promesse, ad oggi si è concretizzato solo un Bonus Sicilia che darà un ristoro di circa duemila euro a impresa. Sicindustria ha già bollato come vergognoso questo utilizzo delle risorse pubbliche e credo che ogni ulteriore commento sia superfluo.
Quello che non si è capito è che l’unica strada per rimettere in piedi il Pese devastato da questa pandemia è il sostegno al sistema imprenditoriale, così da garantire una crescita reale e non drogata dal sussidio destinato a finire con il finire delle risorse”.

Quali iniziative politiche ed economiche – tanto a livello nazionale, quanto a livello regionale – potrebbero arginare il dramma economico?
“Le risorse messe in campo dall’Ue con il Recovery Fund rappresentano una opportunità unica e irripetibile.
Il governo è chiamato a fare scelte chiare indicando poche e ben definite priorità.
E tra le priorità indicherei, senza timore di essere smentito, una seria riforma della pubblica amministrazione, del fisco e della giustizia. Senza queste riforme strutturali, l’Italia non potrà veramente ripartire”.

FONTE: QDS