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L’ANALISI. DOVREBBE ESSERE UN VERO PARADISO. MA LA SICILIA È IL NOSTRO INFERNO

di Roberto Puglisi
Potremmo avere tutto. Ma non abbiamo niente. Per colpa di chi?

La Sicilia è un inferno e dovrebbe essere il nostro Paradiso. Tutto avremmo per vivere in una terra ricca e piena di bellezza. Ma il presente è tragico e il futuro rischia di essere l’iperbole del peggio. Se, per esempio, si consumerà, prossimamente, magari dopo nuove elezioni, lo strappo autonomista-leghista, che ha il nome cortese di una secessione mascherata, perfino la nostra tremenda attualità rischierebbe di trasfigurarsi in decadenza non più affrontabile. E saremmo noi siciliani i migranti con la mano tesa a cui nessuno darebbe risposta. E la nostra terra si trasformerebbe nel campo di concentramento della maggioranza dei poveri, nel resort inaccessibile della minoranza dei ricchi, con vista sulla fame.

La Sicilia è un deserto di lacrime e dovrebbe essere la nostra carezza. Chi conosce la sventura di avere subito, in questi giorni afosi, un incendio davanti alla porta di casa, sa di cosa si tratta. Non c’è purtroppo una metafora più esplicita per indicare il Paradiso che non c’è e l’inferno che regna. Non soltanto per la cronaca dei momenti concitati: per la devastazione che riempie il dopo con certe distese lunari e bruciacchiate che rispecchiano l’emblema della rassegnazione.

Questo è la Sicilia: un’occasione mancata, una trama smagliata di disastri intervallata da qualche sparuto rammendo di buona volontà. E coloro che, con ragione, se la prendono con i politici di ieri, di oggi e di domani, dovrebbero prima, metaforicamente, lapidare se stessi. Non sono stati i blindati o gli eserciti di una potenza straniera, nel corso degli anni, a permettere l’insediamento, salvo poche eccezioni, di una classe dirigente sciatta, privilegiata e inconcludente. Siamo stati noi, col segno di una matita su una scheda. Pare che si chiami democrazia.

Viviamo nell’epoca della sfortuna. Le nostre sicurezze stanno crollando adesso. Tutti i nodi intricati, contemporaneamente, stanno venendo al pettine, nella strozzatura di un male che non può essere redento: il peccato mortale di dirsi siciliani nel momento più truce. Avanzano eserciti corazzati di insensibilità che vogliono schiacciare la bellezza, nella preparazione di un’età ‘del ferro e del silenzio, piena di individui anatra-lepre’ (Valerio Magrelli). E noi siciliani, portatori spesso inconsapevoli di una quantità non piccola di tutta la meraviglia del mondo, noi che siamo nati con il fiore dei miti tra le labbra, saremo le vittime sacrificali.

Dovrebbe essere il nostro Paradiso terrestre, ma è un inferno la Sicilia in cui ci è toccato in sorte di vivere, l’isola che non ha un domani. E forse sono purissimi inganni, miraggi del nostro cuore terrone, le corde che ci trattengono. Il mare che luccica. La fragranza di gelsomino. Il bagno a ottobre. Bastano per farci dimenticare l’assenza di pane e lavoro, le attese disumane negli ospedali, il nonsenso di una regione struggente e dannata. Ma siamo stati noi, specialmente noi, a volerla così. Noi, il serpente dell’Eden che, infine, dopo lunghissimi banchetti apparecchiati da un’indecenza che si credeva furba, ha divorato se stesso.

11 agosto 2019