INFORTUNIO ED ANTINCENDIO BOSCHIVO

Una questione importante, quanto nevralgica, che concerne il lavoro dell’antincendio boschivo in Sicilia, riguarda l’infortunio. L’attività dell’antincendio è una di quelle attività dove il rischio dell’infortunio non è affatto una lontana eventualità, bensì una costante che alita subito dietro le spalle. Lo è per vari motivi, innanzitutto perchè affrontiamo quel processo chimico-fisico di scomposizione della materia organica che è la combustione, una combustione in movimento, che si espande in territori fra i più disparati, dalla leggera pendenza alla condizione di terreno ripido e malagevole. A dire il vero la condizione malagevole interessa un po’ tutti gli interventi, poichè ci si muove sempre in terreni abbandonati all’incuria e, quindi, di per sè, impervi per la stessa vegetazione spontanea e selvatica. La gran parte di questi incendi avviene nelle colline e nelle montagne, dove lo scivolamento, l’inciampo, la frana, non sono evenienze secondarie. Per non parlare della specificità insidiosa dei terreni vulcanici. Succede, poi, che in questi terreni “difficili” non sia raro imbattersi con animali imbizzarriti per la paura delle fiamme: bovini, equini, allo stato brado, o vipere, nidi di vespe o di api, ecc. Così come non manchi il sentirsi esplodere, mentre si opera per lo spegnimento, cartucce perse da cacciatori, o bombolette spray e, persino, bombole a gas! L’infortunio, quindi, può derivare dal terreno impervio, dalla vegetazione, dagli animali e, per non farci mancare niente, dai rifiuti pericolosi abbandonati nei territori dalla “civile” buona educazione dei più. L’infortunio, inoltre, può emergere durante l’ avvicinamento alla zona dell’ incendio, con gli automezzi, nel percorso su strade asfaltate o nelle strade rurali e di montagna, nell’uso delle pompe a pressione e delle manichette. Ma, soprattutto, l’infortunio, può emergere durante le operazioni di spegnimento a secco, dove, non potendo arrivare con le autocisterne, si combatte contro il fuoco senza acqua, attraverso i flabelli, le pale, le roncole. Cioè a dire dove il rapporto con le fiamme è davvero ravvicinato e l’azione può esser falsata dalla fatica, dal fumo che acceca e che sfianca. Può derivare dall’imprevisto, dall’imprevedibilità che si accompagna sempre al pericolo. Non va dimenticato, poi, che queste operazioni di spegnimento richiedono un grande sforzo fisico, dentro le tute ignifughe, con le già alte temperature ambientali delle nostre estati siciliane, le quali si amplificano ulteriormente col calore sprigionato dall’incendio stesso! Certo, le capacità, l’esperienza, la fondamentale sintonia fra gli addetti durante l’azione, allontanano l’eventualità dell’infortunio, ma non cancellano affatto la sua persistenza. L’antincendio boschivo fa parte, quindi, di quelle attività più pericolose e sfiancanti, eppure capita che se ci s’ infortuna non si abbiano le adeguate tutele, anzi vi siano delle tutele che possono ben dirsi umilianti. Utilizzo la parola “umilianti”, perchè l’infortunato, nel periodo di infermità, fino al novantesimo giorno, prende un sussidio pari al 60% della paga giornaliera, ed oltre il novantesimo giorno del 75% . La paga giornaliera si aggira intorno ai cinquanta euro, per cui si sta parlando di poco più di venticinque euro al giorno fino al novantesimo giorno, e poco più di trenta euro al giorno dopo i novanta giorni. Essendo degli operai stagionali per i soli cento giorni estivi (e non dipendenti della regione come la gran parte dei media continentali tendono a far credere) si perdono del tutto le gionate di lavoro e, quindi, si perde la contribuzione pensionistica del periodo. Nel nuovo contratto (ratificato dopo sedici anni!) in effetti si è cercato di ovviare a queste nefandezze, stabilendo la possibilità di recupero dell’intero periodo di assenza forzata. Ciò rappresenta una buona soluzione per chi si infortuna per un breve periodo, ma per chi, per fare un esempio realistico, si ustiona e quindi ha una lenta decorrenza di recupero, ciò ha il sapore di una triste beffa: un tale infortunato, costretto all’infermità per cinque-sei mesi, perde persino quei due-tre mila euro del sussidio di disoccupazione! Ciò rapresenta un disastro per quelle famiglie che si reggono su di un tale striminzito e precario monoreddito! Mi fermo a considerare solo l’aspetto dell’infortunio senza approfondire questioni più gravi. L’attività dell’antincendio boschivo ha un grande merito ambientale, sociale e civile: preserva dalla desertificazione quei territori abbandonati dall’antica cultura contadina, fa in modo che, ogni estate, il patrimonio vegetale, arboricolo e faunistico, subisca i minori danni possibili che quell’ atteggiamento strafottente, ignorante, sconsiderato, ma sempre più imperante, cerca di fare. Questo preservare significa tutela dei territori: cioè a dire il più importante investimento per il futuro. A me pare che chi si occupi di questa meritoria attività dovrebbe avere adeguati riconoscimenti. Invece, ogni volta, già respirando i fumi della combustione, mette a rischio la propria salute e, per i fattori accennati sopra, la propria incolumità (sempre senza considerare il peggio!) senza riconoscimento alcuno, anzi con il discredito pubblicistico e televisivo di quel giornalismo superficiale che, facendo male il proprio lavoro di informazione, non approfondisce gli argomenti. In tutto ciò mi pare evidente la mancanza di equilibrio fra quel che questa categoria di lavoratori dà e ciò che, invece, riceve: fra il dovere ed il diritto equo di cittadinanza che riguarda, probabilmente, una intera Regione.

di Antonino Lomonaco

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