TUTTE LE SCONFITTE DELLA SICILIA. E DEL CENTROSINISTRA………

MA SE ANALIZZIAMO L’ATTIVITÀ POLITICA E PARLAMENTARE SCOPRIAMO CHE L’ARS SI È OCCUPATA PER PIÙ DI DUE TERZI DEL MANDATO DI PRECARI E DI FORESTALI, GRUPPI DI PRESSIONE CONSOLIDATI CHE TROVANO NEI PARTITI E NEL SINDACATO MOLTO ASCOLTO

Negli ultimi dieci anni il centrosinistra ha collezionato solo sconfitte in Sicilia. E se andassimo indietro nel tempo, costateremmo che rispetto alle altre regioni italiane, il centrosinistra siciliano ha rimediato solo malafiure anche nei due decenni precedenti. Eppure non c’ alcun indizio di iniziative tendenti al ricambio del gruppo dirigente. Anzi, ciò che è avvenuto nel resto d’Italia, con l’arrivo di Matteo Renzi  nel panorama politico italiano e con la cosiddetta rottamazione, non ha varcato lo Stretto. Per evitare contaminazioni la perestroika fiorentina si è fermata sulla linea gotica.

Ma c’è di più, i rottamatori siciliani più in vista (una èelite…), invece che lavorare per il ricambio, si sono convertiti alla conservazione: hanno imbarcato la merce, avariata o appena decente, che arrivava da altri schieramenti politici. La qualcosa può anche portare frutti, a patto che si cerchino consensi, si recluti il popolo, nuova militanza. Se invece si insegue ciò che il mercato del voto offre, sollecitando ed accogliendo nomi e cognomi d’antan, noti clientelisti, il risultato è negativo. Il cambio arriva, ma intacca il patrimonio genetico dello schieramento politico. Che diventa altro rispetto al passato.

Non è stata la maledizione di Montezuma a colpire la Sicilia o il centrosinistra siciliano, ma una naturale vocazione dei gruppi dirigenti a lasciare le cose come stanno. Tutto si trasforma e nulla si distrugge, ci suggerisce il principio di Lavoiser. E’ una legge che nell’Isola viene rispettata con tanta circospezione che si finisce con il non modificare nemmeno una virgola.

Come si spiega altrimenti che la Leopolda, nata a Firenze per intenzione del gruppo Renzi-Civati-Serracchiani come sinonimo di ricambio radicale,  a Palermo è stata rappresentata con la folla di cittadini qualunque  in piedi e le cariatidi di ogni tempo in prima fila,  seduti in poltrona e pronti a saltare sul carro del vincitore?

Dove si trovavano i duri e puri che hanno poi, con un colpo di coda, finito di distruggere il centrosinistra, piuttosto che costruire trincee e cavalli di Frisia in grado di fermare il vecchio che avanzava sotto mentite spoglie? Si sono girati dall’altra parte, hanno partecipato ai tavoli della composizione dei conflitti, si sono immolati sull’altare dei valori antichi all’insaputa dei militanti? La sensazione, davvero nefasta, è di una

E dal Nazareno, nelle mani di Renzi, autore del più grande cambio di classe dirigente di ogni tempo in Italia,  quali segnali sono arrivati perché la Leopolda restasse quella che era all’origine?

Dicono che Renzi abbia preferito la solitudine per dare spazio alla gioventù gigliata. Una sciocchezza. Il segretario-presidente del Consiglio ha lasciato, consapevolmente, che la “provincia” siciliana restasse fuori dal clima della Leopolda, ha rinunciato a metterci mano. Come fecero i romani e tutti gli altri arrivati dopo, fino agli spagnoli i sabaudi  e agli americani.  Per sfiducia, viltà, amore di pace, nepotismo.

Non importa scoprire quali sentimenti siano prevalsi, importa guardare con occhio avvertito il risultato.  La Sicilia è rimasta fuori da ogni cambiamento, stata immobile in ogni settore.  Il laboratorio siciliano  prodotto alchimie, non mutamenti.

Sarebbe sbagliato perciò assegnare lo zero in condotta ai dirigenti del centrosinistra su una materia, l’immobilismo, che dovrebbe mandare tutti dietro la lavagna. Nelle due ultime tornate elettorali – la vittoria di Rosario Crocetta e quella, più recente, di Nello Musumeci – il consenso popolare è venuto sul personaggio e non sullo schieramento politico, altrimenti non si spiegherebbe perché in entrambi i casi, il governatore non sia stato confortato da una maggioranza politica.

Se poi analizziamo l’attività politica e parlamentare scopriamo che l’Assemblea regionale si è occupata per più di due terzi del mandato di precari e di forestali, gruppi di pressione consolidati che trovano nei partiti e nel sindacato molto ascolto.

Non è dunque una questione legata al tempo speso per assicurare il piatto di minestra alle famiglie interessata. C’è una  distanza siderale della cultura politica siciliana rispetto al resto del mondo. L’uscita di sicurezza per confondere ancor di più le cose è costituita dalla svolta siciliani sta, indicata da teste pensanti ragguardevoli come il deus ex machina. Tentativo estremo di assolvere il gruppo dirigente siciliano, qualunque sia la sua collocazione. Si smuovono le montagne per pagare i forestali, non si mette mano alle innovazioni, all’impresa, alle competenze dei giovani. E se la prendono con Roma. Solo con Roma.

Se la Sicilia è quella che abbiamo sotto gli occhi, ciò è dovuto al fatto che gli elettori siciliani non si sono accorti che sono cambiati i governi e le maggioranze dell’Assemblea regionale, né quando è prevalso un partito piuttosto che un altro. Quel mitico 61 a zero, del quale si conserva il ricorda nel centrodestra, in che modo ha inciso sulle sorti dell’Isola? E la rivoluzione crocettiana?

I successi dei sindaci di centrosinistra a Catania e Palermo, con pause non di poco conto, non hanno scalfito l’immobilismo regionale. Leoluca Orlando è stato un direttore d’orchestra innamorato della sua “bachetta”, Enzo Bianco è stato attratto dalle sirene romane e non ha mai fatto alcuna marcia su Palermo. Entrambi, pur avendo carisma, si sono arresi all’ineluttabile. Per convenienza o per timore dell’inutilità di ogni investimento politico. Quando Orlando ha perso contro Totò Cuffaro invece che dirigere l’orchestra dell’opposizione, come il ruolo gli avrebbe richiesto, ha preferito occuparsi della pace nel mondo e della primavera di Palermo da esportare in Messico o in Germania. Quando la rivoluzione del Megafono ha espugnato Palazzo d’Orleans, Rosario Crocetta si è affidato alle mummie del centrosinistra ed ai navigatori di lungo corso arrivati in suo soccorso dal centro destra.

E’ questo il background sul quale è maturato il trionfo del M5S. Ed è per questa ragione che un giovanotto come Aldo Penna, impossibilitato per ragioni di salute a fare campagna elettorale, ha sommerso di suffragi il suo sfidante, Francesco Cascio, ex Presidente dell’Ars e tanto altro.

Gli elettori isolani non ne potevano più di una melina che durava da una vita. E’ così difficile prenderne atto? Pare di sì, visto che nel centrosinistra sono nate folte aree antirenziane  indebolite dalla composizione delle liste, perciò furibonde e urlanti. E nella sinistra, dura e pura, si sventola la bandiera della libertà dal tiranno del Nazareno, dopo avere dato la nefasta immagine di una nave pirata che si prepara all’arrembaggio.

Le analisi del dopo voto sono rivoltanti. Fossero ingegneri proporrebbero la costruzione di piramidi capovolte.

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Da SALVATORE PARLAGRECO

16 marzo 2018

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