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“Chiacchiere indegne contro di me Ora rischio di perdere la casa”. IL MAB: CI DISPIACE IMMENSAMENTE, CHI MEGLIO DI NOI FORESTALI PUÓ CAPIRE PERDERE QUALCOSA TIPO IL LAVORO

Intervista a Rosario Crocetta. “Ma quale video hard, fanno di me un mostro. E ora non vogliono più assicurarmi”.

PALERMO – Rosario Crocetta riappare come un ricordo che torna alla memoria dopo qualche tempo. L’ex governatore è meno spumeggiante di una volta, provato da una serie di vicende. Non ha perso il gusto della battuta accompagnata dalla sua famosa risata. Ma non nasconde tutta l’amarezza per le cronache degli ultimi mesi. Che hanno visto il suo nome tornare alla ribalta. Ed è una, in particolare, la ferita più dolente, quella relativa al fantomatico video hard di cui si parla nelle carte dell’inchiesta sull’ex presidente di Confindustria Antonello Montante.

Che cosa fa Rosario Crocetta per ora?

“Un po’ mi lecco le ferite. Di un’esperienza in cui ho messo tutto. E che dire drammatica è poco. Ha assunto aspetti persino surreali in alcuni momenti”.

A cosa si riferisce?

“A vicende che poi si sono sgonfiare da sole. Ma che hanno avuto le prime pagine dei tg, vedi la finta, inesistente intercettazione su Lucia Borsellno che mi ha visto al centro di massacri mediatici. Avevo trovato una Regione quasi al default e ho cercato di imprimere un modo diverso di amministrare. E invece sono anche stato accusato dalla Corte dei conti per la questione di Sicilia e-Servizi, lo capiva chiunque che non c’era altro da fare se non assumere quei dipendenti. Ultima la vicenda Spartacus, in cui io sarei lo sprecone della formazione professionale”.

Non lo è stato?

“Prima che arrivassi io, la formazione costava 350 milioni e io l’ho portata a 175 milioni. E prima c’erano enti inaffidabili, noi abbiamo affidato il servizio al Ciapi, nato proprio per questa cosa. È il presidente della Regione che doveva controllare se i dipendenti lavorassero? Cosa dovevo fare, controllare 1.800 dipendenti a uno a uno?”.

Ma non c’è solo questo tra le contestazioni che le sono state mosse…

“Guardi, il broker che ha quasi il monopolio dell’assicurazione di tutti i dipendenti della Regione non mi rinnova l’assicurazione. E quindi per i sinistri con la Corte dei conti dovrei rispondere col mio patrimonio. Cioè la mia casa che mi ero fatto con 25 anni di mutuo”.

Ma non era assicurato all’epoca dei fatti?

“Il paradosso è questo, ci vuole la continuazione dell’assicurazione. Rischio di finire senza casa. Le farei vedere il mio ultimo cedolino della pensione, a proposito di casta (prende il telefono, ndr). Trecentosessantasei euro netti”.

Che pensione è?

“Quella da presidente della Regione e da deputato regionale. È giusto dirlo. Ma io non voglio vitalizi. Vorrei solo essere lasciato in pace. (Mostra il cedolino, l’ha trovato, ndr). Trecentosessantanove euro”.

Lei è anche indagato nelle inchieste su Morace e Montante. Ci sono novità?

“Non ne so niente. Ma vogliamo parlare del caso Morace? Un processo corruttivo per un bonifico? A un’impresa a cui ho tagliato circa cento milioni di euro in cinque anni? Dopodiché, io ho rispetto per la magistratura e sono fiducioso che queste vicende si concluderanno positivamente”.

Anche quella che riguarda i rapporti con Montante?

“Non ne so nulla. Dall’avviso di garanzia non capisco a quali fatti ci si riferisca. Questi fatti corruttivi o addirittura associativi non li conosco, anche perché sono stato sempre un single e non mi sono mai associato con nessuno”.

Secondo l’ipotesi degli inquirenti, lei tra l’altro avrebbe ricevuto soldi per la campagna elettorale.

“Chiarirò con i magistrati e non mi va di rilasciare dichiarazioni prima di essere interrogato. Per rispetto della magistratura non mi sembra corretto. Io dai giornali ho letto che si parla di un milione di euro, o due… Io la mia campagna elettorale l’ho fatta sobria, parca, senza fuochi d’artificio. Spese ed entrate sono tutte documentate. E il 70 per cento degli imprenditori che hanno contribuito sono gelesi. A quelle spese ho contribuito io con circa 56 milioni… no, 56mila euro, con i soldi della mia liquidazione”.

Sta dicendo che Montante non gliene ha dati di soldi.

“Ma di che parliamo? O li ho spesi o dovrei averli in tasca. Io vivo in una casetta semplicissima, ho uno stile di vita sobrio, non mi interessa la ricchezza. Sarei un coglione che ha due milioni di euro e vive come un poveraccio? Poi mi pare che siamo davanti a un pregiudizio omosessuale ripetuto”.

Si riferisce al video hard di cui qualcuno parla nell’indagine?

“Il presunto video. Ho denunciato io, nel 2008, che qualcuno metteva in giro questa voce. Nel processo contro Panorama ne ho parlato, l’ho fatto anche nel processo contro l’Espresso. Se questo materiale ci fosse stato io penso che sarebbe in rete da molto tempo. E poi non lo avrei denunciato io. E mi faccia dire: mi si infanga con insinuazioni indegne, peggio che dire che io sono un assassino. Io ho familiari, nipoti che possono leggere che loro zio ha i video pedopornografici. Io denuncerò per diffamazione chi usa questi argomenti parlando per sentito dire”.

Al di là di questa vicenda, che comprendo sia molto dolorosa per lei, il tema politico che viene fuori da quest’indagine è l’ipotesi che qualcun altro governasse la Regione al suo posto.

“Ma come? Attraverso l’assessorato Attività produttive? E l’assessorato Attività produttive governava la Regione? Quando si doveva nominare il successore di Vancheri, il candidato era Nello Dipasquale, proposto da Vancheri e Cicero. Io rifiutai. Confindustria non voleva essere al governo allora e io non lo volevo più. Scelsi la Lo Bello che era espressione del mondo sindacale. Quando Cicero rifiutò di fare il commissario all’Irsap, io proposi una dipendente regionale, la dottoressa Alessandra Dilberto. Poi fu la Lo Bello che nominò la Brandara. Non mi si dica che gliel’ha chiesto Montante, si conoscevano da ragazzine, dividevano la casa, non le ha presentate certo Montante. E comunque sono fatti a cui io sono estraneo. A me Montante non ha chiesto mai qualcosa di illecito. nè lui né nessun altro. Non c’è stato nessuno che mi ha chiesto cose che non si potevano fare. Anzi, ci fu un imprenditore che voleva partecipare a una gara e mi chiese se avevo uno studio tecnico da suggerigli, io lo cacciai dalla stanza e gli dissi che avrei potuto denunciarlo. Non si fece più vedere”.

Sta dicendo che non c’erano pressioni sulle vostre nomine?

“Ma se non sentivo nemmeno i partiti… Il caso di Dipasquale è emblematico. Mi venne proposta la sua nomina dall’assessore uscente, di Confindustria, e io ritenevo chiusa quella fase. Credo che nei miei confronti i magistrati non abbiano assolutamente nulla. Siamo al sentito dire del sentito dire. Il pettegolezzo è diventato inchiesta giudiziaria”.

È preoccupato per questo?

“Sono addolorato, non preoccupato. Penso a tutta la mia vita, le testimonianze che ho fatto nei processi, i miei conti aperti con la mafia, le mie revoche degli affidamenti nei bandi a tutte le imprese mafiose. Improvvisamente impazzisco, vengo in Siclia e vado a fare un pactum sceleris con chi? Con quelli che venivano considerati i paladini dell’antimafia italiana. E che avevano una visibilità maggiore della mia che ci avevo messo la vita nel territorio. All’epoca lo stesso Fava diceva nel 2012 che era opportuno collaborare con la Confindustria. Di Lo Bello e Montante si parlava come possibili presidenti della Regione”.

Di Lo Bello si parlava, di Montante non mi risulta.

“Sui giornali. Ma nelle sedi politiche che contavano si parlava anche di Montante. Io perché avrei dovuto rifiutare quel sostegno? Se quel sostegno deve apparire corruttivo, allora omnia munda mundis. Io nella mia vita non mi sono appropriato di un centesimo. Non mi sono arricchito. Non possiedo nulla se non quello che è venuto col mio lavoro e non da politico. Se io mi devo trovare inserito in uno scontro che non riguarda me, ma la Confindustria siciliana per sostenere la tesi che Antonello Montante è un mostro che controllava la Regione, dico che con me la Regione non l’ha controllata nessuno, né Montante ci ha tentato. E poi mi faccia dire una cosa.

Cosa?

“Tutto questo patto corruttivo sarebbe avvenuto perché allo Sviluppo economico davano qualche migliaio di euro alla pasticceria che forse era di Montante? Io gestivo miliardi. Avrei dovuto fare un patto corruttivo per un piccolo contributo alla pasticceria che adesso apprendo potrebbe essere di Montante? Non mi faccia aggiungere altro, parlerò ai magistrati, con il massimo rispetto”.

Le manca un po’ la tv? Ci andava spesso.

“Non ci voglio andare. Ho vissuto momenti di sofferenza. Queste vicende le pago. Chi delinque mette nel conto il rischio. Invece chi non delinque e ha sempre vissuto con onestà e si ritrova mostrificato… Io mi imbarazzo. Quando ci fu la vicenda Borsellino, avevo vergogna di affacciarmi alla finestra di casa mia perché pensavo che la gente guardandomi mi dicesse mafioso. Queste cose dovrebbero essere gestite con più cautela. Io penso a un padre che mi vede fare una carezza a un bambino e poi legge quella cosa e vede in me un mostro. È inconcepibile. E tutto senza nessun elemento che non siano i chiacchiericci di persone indegne. Chi si è inventato queste cose deve rispondere alla giustizia di Dio e degli uomini”.

Lo sa che dicono che lei andrà all’Isola dei famosi?

“Ma quando mai? Me lo hanno chiesto altri giornalisti. Io? Io che mi vergogno a farmi riprendere in costume?”.

Però l’ha pubblicata una sua foto in costume all’epoca. E fu criticato.

“E infatti quella volta mi sono messo il giornale davanti per coprire la pancia… Ma io mi vergogno. Quella cosa la feci unicamente perché c’era stata un’offesa alla Sicilia”.

È ancora iscritto al Pd?

“Io sinceramente se dovessi valutare per come sono stato trattato avrei dovuto mandare a quel paese già dalle Regionali il Pd. Ho fatto il disciplinato militante, e sono stato ripagato”.

Come?

“In modo ignobile. Non rispettando neppure le promesse. Sono schifato del modo come è stata condotta la politica regionale. Nel Pd ci sono tante persone perbene che avvertono il disagio come me. O il Pd diventa un’altra cosa o sinceramente non capisco perché dovrei continuare a fare politica”.

Secondo lei chi dovrebbe fare il segretario del Pd?

“Io. (Ride, ndr) Che non lo voglio fare”.

31 luglio 2018

CASO MONTANTE, L’INDAGATO CROCETTA SI DIFENDE: “MAI PRESI FONDI NERI”. ED M5S ATTACCA MUSUMECI: “ANCHE LUI COINVOLTO”

Il presidente della Regione è cauto: “Attenti a non sbattere il mostro in prima pagina”.  Il leader Giancarlo Cancelleri accusa: “Ci spieghi il passaggio sul figlio contenuto nelle carte dell’inchiesta”

Adesso il Movimento 5 Stelle prova a tirare in mezzo il presidente della Regione. Quello in carica, Nello Musumeci, e non solo il suo predecessore Rosario Crocetta, raggiunto ieri da un avviso di garanzia nell’ambito dell’inchiesta sull’ex presidente di Sicindustria Antonello Montante: “Quello che sta emergendo in Sicilia dopo l’arresto di Montante – dice infatti Giancarlo Cancelleri, vicepresidente dell’Ars e leader dei grillini in Sicilia – disegna una continuità con la politica che arriva fino al governo attuale della Regione. Il silenzio di Musumeci, sul caso del finanziamento di Montante a suo figlio, è inaccettabile prima che imbarazzante”.

Cancelleri si riferisce a un passaggio contenuto nei documenti che hanno portato agli arresti domiciliari l’ex leader degli industriali siciliani: stando ai suoi stessi appunti, l’imprenditore il 5 agosto 2015 avrebbe incontrato Musumeci, all’epoca presidente dell’Antimafia («appuntamento in Sicindustria per suo progetto + sponsor gazebo Catania per figlio», si legge in uno dei tanti faldoni trovati durante la perquisizione del 2015).

Proprio stamattina, d’altro canto, Musumeci ha rotto il silenzio sull’inchiesta. “L’industria dell’antimafia in Sicilia – ha detto il governatore in mattinata – deve chiudere i battenti. L’antimafia finta non può consentire, anche in politica, facili carriere. L’antimafia si predica nel dovere del silenzio, giorno dopo giorno”. Con un avviso, che dopo l’affondo di Cancelleri torna d’attualità: “Bisogna sempre essere attenti a non sbattere il mostro in prima pagina. Io sono garantista per cultura politica: attenti quando emettiamo sentenze”.

Il mostro, con le fattezze di Rosario Crocetta, indagato “eccellente” dell’inchiesta Montante insieme con l’attuale capo di Sicindustria Giuseppe Catanzaro, pochi minuti prima si era sfogato con l’agenzia Ansa. “Non ho mai preso fondi neri per la mia campagna elettorale – dice – in genere servono per comprare voti e io non ho mai pagato nessuno in vita mia. I contributi che ho ricevuto, roba da 5 mila euro, sono arrivati da imprese di Gela, tutto tracciabile e in regola con la legge. Se poi queste imprese aderivano a Confindustria non lo so, so invece che Sicindustria non mi ha dato un euro”. Con la quale, invece, secondo l’ex presidente c’era un accordo politico: “Nel 2012 – ricorda Crocetta – ho fatto l’accordo con Confindustria, con l’associazione che stava combattendo contro la mafia. Persino Claudio Fava dichiarò all’epoca che in Sicilia bisognava fare alleanze con Antonello Montante e Ivan Lo Bello impegnati nella lotta al racket delle estorsioni, battaglia sostenuta anche da ministri e magistrati. E io mi fermo lì, quello che è successo dopo non può essere utilizzato per gettare fango su scelte prese in un determinato periodo storico”. L’autodifesa batte su quel tasto, la politica: “È reato – chiede l’ex governatore – fare alleanze politiche con Confindustria? E come la mettiamo allora con i ministri espressione del mondo industriale nei governi a Roma?”.

Anche perché, sostiene Crocetta, nessun favore è stato fatto “ad Antonello Montante e a Giuseppe Catanzaro. Anzi fu il mio governo a bloccare l’operazione di vendita dell’Ast alla Jonica trasporti dove Montante era socio, fu pure condannato a pagare le spese legali. E fui io a fare chiudere per tre mesi la discarica di Siculiana di Catanzaro perché non si adeguava alle prescrizioni durante l’emergenza rifiuti, creandogli un danno per 10 milioni di euro”. Però Linda Vancheri, anch’essa indagata, entrò in giunta: “Quando feci l’accordo politico con la Confindustria della legalità – ricorda Crocetta – Linda Vancheri, che lavorava nell’associazione di Caltanissetta da dove era partita la svolta antiracket, entrò in giunta in quota industriali con la delega alle Attività produttive, mentre
 Mariella Lo Bello (a sua volta indagata, ndr) come rappresentante della Cgil all’Ambiente. Quando Vancheri decise di andarsene, contro la mia volontà perché volevo che seguisse l’Expo sino alla fine, fui io a nominare Lo Bello alle Attività produttive e senza indicazione di Montante. E a nominare Maria Grazia Brandara (una terza indagata, ndr) a capo dell’Irsap fu l’assessore Lo Bello perché guidava il dipartimento di competenza”.

di CLAUDIO REALE

17 Maggio 2018

IL COMMENTO. SCANDALI, INCHIESTE E FLOP POLITICI. ADDIO ALL’INDUSTRIA DELL’ANTIMAFIA

L’indagine sul ‘sistema Montante’ fa emergere nuove ombre, dopo quelle legate ai casi Saguto ed Helg, sulla lotta alla criminalità organizzata

PALERMO – Aspettando che l’inchiesta di Caltanissetta faccia il suo corso e che le eventuali responsabilità penali delle persone coinvolte siano acclarate nelle sedi opportune, c’è però un dato che emerge.

Ed è il requiem per quella “industria dell’antimafia”, come l’ha chiamata il presidente della Regione Nello Musumeci. Un’industria, quella dell’antimafia degli affari, come su questo giornale fu definita anni fa, già boccheggiante dopo la lunga scia di scandali degli ultimi anni. L’antimafia organizzata, quella che negli anni si è trasformata in un circoletto, o meglio in una serie di circoletti, quella che ha assicurato carriere e potere, ha visto la sua immagine sbriciolarsi negli ultimi anni, in cui scandali, polemiche e soprattutto inchieste giudiziarie, hanno travolto grossi pezzi della galassia antimafiosa.

Le accuse ad Antonello Montante sono l’ultimo, fragoroso capitolo. L’ex presidente degli industriali è stato dapprima indagato per mafia. Un’ipotesi di reato per la quale non sono stati trovati riscontri. Sull’abbrivio di quelle indagini, gli inquirenti ritengono di aver scoperto un sistema di potere che si sarebbe fondato su corruzioni e spionaggio. Accuse respinte su tutta la linea dal big confindustriale nel suo interrogatorio davanti ai magistrati, che però travolgono la storia recente delle istituzioni regionali, con diversi pezzi del governo Crocetta, ex presidente incluso, finiti sotto inchiesta. Fu quello l’apice del potere dell’antimafia politica, incarnata dall’ex sindaco di Gela, quella che pretendeva di pararsi dietro lo scudo delle denunce per porsi al di sopra di ogni giudizio. Una stagione di governo disastrosa, che abbiamo raccontato in questi anni fotografandone scatto dopo scatto il fallimento. Ora emergono nuovi dettagli, retroscena che se corrispondessero alla realtà racconterebbero di una politica svuotata e delegittimata, soggetta oltre ogni immaginabile misura a influenze che andrebbero ben oltre il lobbismo.

Le ombre sulla politica seguono a quelle che si addensarono su pezzi di magistratura, quella che gestendo i beni sequestrati e confiscati avrebbe seguito logiche spartitorie, secondo le accuse di altri magistrati, quelli nisseni, che indagarono, a piede libero, i colleghi di Palermo oggi sotto processo. Sul caso di Silvana Saguto e degli altri pezzi di quell’ingranaggio dovrà pronunciarsi la magistratura giudicante, ma senza anticipare sentenze è innegabile che l’effetto sull’opinione pubblica di quella vicenda sia stato devastante per la credibilità dell’antimafia. E delle Istituzioni.

Sono stati questi gli anni della caduta di dei e comparse dell’antimafia, da Pino Maniaci, il giornalista di Telejato sotto processo e innocente fino a prova contraria, a Roberto Helg, pezzo da novanta di Confcommercio beccato col sorcio in bocca e condannato.

E accanto a queste storie altri scandaletti, polemiche e risse che non hanno risparmiato nemmeno i più celebrati santuari dell’associazionismo antimafia. Vicende che hanno avuto quasi sempre sullo sfondo la roba, il denaro che da un certo punto in poi ha cominciato a scorrere abbondante, in quella che è diventata una vera e propria industria. Che ha dato tanto lavoro a chi è riuscito a entrarci. E anche agli inquirenti, come quelli di Caltanissetta, dove la Direzione distrettuale antimafia quasi paradossalmente ha dovuto negli ultimi anni concentrare enormi sforzi investigativi sull’antimafia stessa, dal caso Saguto all’inchiesta su Montante.

“Mio padre e Giovanni non hanno mai pronunciato la parola antimafia”, disse il 23 maggio di quattro anni fa Lucia Borsellino. È una riflessione la cui eco risuona oggi. In giorni in cui è forte la tentazione, soprattutto in chi in buona fede ha dato credito a certi proclami, di buttare via tutto, come un indistinto ciarpame, il bambino con l’acqua sporca. Sarebbe un errore, certo. E più voci si sono levate negli ultimi tempi ad ammonire in questo senso. Ma per lo più dall’interno della stessa antimafia di lungo corso, dove si è tentato di tracciare in proprio la linea dei buoni e dei cattivi senza interrogarsi fino in fondo se non ci fosse un limite intrinseco nell’idea che il concetto di “antimafia” potesse essere usato per qualificare una parte, anzi una particola di società, assegnando patenti e certificati. Un errore in sé, commesso da taluni in buona fede da talaltri probabilmente con l’intento di costruire castelli di potere o di trovare rapide e fruttuose scorciatoie. Ecco, tra gli insegnamenti da trarre in questo tempo di disillusione, c’è forse anche quello di archiviare l’uso del lemma antimafia alla stregua di un aggettivo qualificativo. Ci guadagneremmo non poco se invece del politico antimafia, del giornalista antimafia, dell’imprenditore antimafia, ricominciassimo a parlare di persone che fanno il loro, con la loro fallibilità, col rischio di prendere una cantonata strada facendo, senza lo scudo – o la maschera – di un ideale spillino del circoletto.

di Salvo Toscano

18 Maggio 2018

MONTANTE, INDAGATO ROSARIO CROCETTA. “ASSOCIAZIONE, CORRUZIONE E FINANZIAMENTO ILLECITO”

Antonello Montante e Rosario Crocetta 

L’ex governatore avrebbe favorito il manager nominando assessori Vancheri e Lo Bello, ora indagate. I pm: “L’imprenditore bloccò un video scabroso sul presidente”. Coinvolti Brandara e l’imprenditore Catanzaro

CALTANISSETTA.  L’inchiesta sull’imprenditore Antonello Montante arriva a Rosario Crocetta: l’ex presidente della Regione siciliana è indagato dalla procura di Caltanissetta per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al finanziamento illecito. E’ accusato di aver messo in giunta due fedelissime di Montante, il paladino della legalità oggi agli arresti domiciliari per aver imbastito una centrale di spionaggio e affari. Per gli stessi reati sono indagati anche gli ex assessori alle Attività produttive Linda Vancheri e Mariella Lo Bello, l’ex presidente dell’Irsap (l’ente regionale per lo sviluppo delle attività produttive) Mariagrazia Brandara, pure lei nel cerchio magico di Montante. Oggi pomeriggio, la polizia sta notificando una serie di avvisi di garanzia su disposizione dei pm nisseni.

Secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Gabriele Paci, dei sostituti procuratori Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, Montante avrebbe pilotato le scelte del governo Crocetta. Significative alcune sue frasi intercettate dalla Mobile, durante un dialogo in auto con Lo Bello e Brandara. «A Crocetta non gli abbiamo mai fatto sbagliare una mossa». E ancora: «Con le attività produttive si può fare la terza guerra mondiale». E precisava: «Possiamo». “L’associazione a delinquere” si sarebbe fondata su un patto di scambio. Crocetta avrebbe nominato le fedelissime di Montante, prontissime a fare avere una pioggia di finanziamenti al presidente di Sicindustria. Montante avrebbe ricambiato finanziando la campagna elettorale 2012 del Megafono con 200 mila euro, e poi “impedendo – recita l’atto d’accusa della procura – che venisse reso pubblico da parte di giornalisti un video dal contenuto scabroso attinente la vita privata di Crocetta”. Indagati per il reato di associazione a delinquere anche quattro imprenditori, che per l’intercessione di Montante avrebbero beneficiato di lavori nel settore dei rifiuti, delle pulizie e allo stabilimento dell’Eni. Sono Giuseppe Catanzaro, attuale presidente di Sicindustria, Rosario Amarù, Totò Navarra e Carmelo Turco. Un altro indagato è il dirigente regionale Alessandro Ferrara.

Con gli avvisi di garanzia sono partite anche le convocazioni per le audizioni, la procura diretta da Amedeo Bertone vuole approfondire ciò che è emerso nelle intercettazioni. L’inchiesta ipotizza due associazioni a delinquere attorno a Montante: quella finalizzata alla corruzione di esponenti delle forze dell’ordine, per carpire notizie riservate sulle indagini, e quella per corrompere esponenti della politica, con l’obiettivo di razzolare fondi pubblici.

Catanzaro, uno dei signori dello smaltimento dei rifiuti in Sicilia, ha diffuso una nota: “Andrò dai magistrati e fornirò ogni elemento utile al fine di agevolare la ricostruzioine della verità storica. Ritengo che attenga alla fisiologia del sistema democratico effettuareverifiche e indagini in capo a chi svolge attività imprenditoriale”.

SALVO PALAZZOLO
16 Maggio 2018

IL GOVERNO MUSUMECI E IL GIOCO DELLE TRE CARTE SUL SERVIZIO ANTINCENDIO NEI BOSCHI

Ad aprile il Governo regionale di Nello Musumeci ha comunicato all’universo mondo che il servizio antincendio dei boschi è operativo. In realtà, è tutto bloccato. Come potete leggere in questo articolo, il mese di aprile è volato via con un nulla di fatto. E volerà via, con un nulla di fatto, anche maggio. Vuoi vedere che, anche quest’anno, i ‘risparmi’ sui forestali serviranno per pagare i Canadair?

A parole il Governo regionale di Nello Musumeci ha annunciato all’universo mondo di aver avviato al lavoro gli operai della Forestale per la realizzazione delle operazioni antincendio. Di fatto – e scusate il gioco di parole – non ha fatto una mazza, sta solo prendendo in giro i lavoratori del comparto forestale e, soprattutto, i siciliani, ai quali è stato raccontato che quest’anno, rispetto all’anno passato, i boschi della nostra Isola sono protetti da eventuali incendi.

Niente di più falso! Oggi, 8 maggio, una sola provincia della Sicilia ha avviato al lavoro gli operai per la realizzazione dei viali parafuoco: Siracusa. Nelle altre otto province i dirigenti della Forestale, su preciso input del Governo regionale, ‘babbiano’.

Di più: l’avviamento al lavoro degli addetti al servizio antincendio a Siracusa, in realtà, è una farsa: il lavoro, infatti, è durato solo un giorno: dopo di che i lavoratori sono stati sospesi. Motivazione: bisogna attendere la pubblicazione della legge di stabilità regionale 2018 sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Sicilia.

Domanda da cento punti: perché, lo scorso aprile, il Governo regionale, quando ancora la manovra economica e finanziaria 2018 non era stata approvata dal Parlamento dell’Isola, ha comunicato che gli operai del servizio antincendio sarebbero stati avviati al lavoro in tempi strettissimi?

Già allora non si sapeva che, per avviare al lavoro gli operai della Forestale, bisognava aspettare la pubblicazione della legge di stabilità regionale sulla Gazzetta Ufficiale?

Ancora: chi ha deciso di approvare Bilancio e Finanziaria 2018 a fine aprile-primi di maggio? Lo ha deciso il Governo regionale.

Se ne deve dedurre, sul piano logico, che la decisione di approvare la manovra 2018 tra fine aprile e i primi di maggio non è stata casuale: è stata adottata proprio per ritardare i pagamenti e per ‘risparmiare’ almeno un mese – forse anche due mesi – sugli operai della Forestale.

Di fatto, rispetto alla sicurezza nei boschi della Sicilia, il Governo Musumeci a parole dice una cosa mentre, nei fatti, si sta comportando come il precedente Governo regionale di Rosario Crocetta che lo scorso anno, risparmia oggi e risparmia domani sui forestali, ha combinato un grande ‘inchiappo’.

Chi ha un po’ di memoria ricorderà che, lo scorso anno, il servizio di prevenzione degli incendi nei boschi è iniziato con notevole ritardo.

Le operazioni di prevenzione del fuoco dovrebbero iniziare ad aprile. Lo scorso anno iniziarono nei primi di luglio. Con un ‘risparmio’ di tre mesi sulle indennità da corrispondere agli operai della Forestale.

Il ‘risparmio’ dello scorso anno è costato alla Sicilia 20 ettari di boschi andati in fumo. In compenso, ha fatto guadagnare una barca di soldi ai privati che gestiscono il servizio assicurato dagli aerei anfibi, i Canadair. 

Quello che è accaduto lo scorso anno è passato in ‘cavalleria’: nessuno è stato chiamato a rispondere di quanto avvenuto: né per i 20 mila ettari di boschi andati in fumo, né per la barca di soldi ‘immolata’ sull’altare dei Canadair.

Così, visto che lo scorso anno “l’operazione” è andata in porto senza lasciare sul campo morti & feriti, deve essere stata forte, per l’attuale Governo regionale, la tentazione di replicare.

Della serie: loro sì e noi no? E perché?

Così il Governo Musumeci, all’affacciata ha già avviato al lavoro gli operai del servizio antincendio; di fatto, non ha fatto una mazza e ha fatto volare via, senza nulla di concreto, il mese di aprile.

Ora si attende la pubblicazione della legge regionale di Stabilità 2018 sulla Gazzetta Ufficiale. Dopo la pubblicazione, un’altra settimana volerà via per far ‘ripartire gli uffici’.

Non è che gli ‘uffici’ possono ripartire subito? Il tempo bisogna darglielo!

Dopo di che si potrà finalmente – almeno sulla carta – avviare al lavoro gli operai del servizio antincendio. Non prima, ovviamente, della vista medica.

Eh già: volete mandare a lavorare nei boschi il personale senza che prima sia stato visitato? E le visite mediche vanno fatte bene. Il tempo ci vuole.

Insomma, muto e tu e muto io, mentre i siciliani sanno che il servizio di prevenzione antincendio dei boschi è ‘operativo’ da aprile, il Governo Musumeci conta di far passare anche maggio con un nulla di fatto: due mesi di indennità risparmiati sui lavoratori forestali.

Vi pare poco?

Resta la penultima domanda: riuscirà il Governo Musumeci, a ‘eguagliare’ il record stabilito lo scorso anno dall’allora presidente della Regione, Rosario Crocetta, e dall’allora assessore all’Agricoltura, Antonello Cracolici, che avviarono il servizio antincendio tra la fine di giugno e i primi di luglio?

Il lettori diranno: e l’ultima domanda qual è? Ovvio, no: se, complice magari una sciroccata, i boschi della Sicilia – o meglio, quello che resta dei boschi della Sicilia dopo i cinque anni ‘roventi’ di Rosario Crocetta e la sua ‘band’ – andranno a fuoco che succederà?

Risposta: nulla. Se lo scorso anno nessuno ha pagato per i danni prodotti ai 20 mila ettari di verde della nostra Isola (a parte, ovviamente, i siciliani che hanno perso 20 mila ettari di boschi e che, di fatto, con le proprie tasse, hanno pagato il costo dei Canadair) perché, se ciò si dovesse ripetere quest’anno, qualcuno dovrebbe pagare?

 08 maggio 2018

ALLARME INCENDI IN SICILIA: SIAMO A MAGGIO E NON CI SONO I VIALI PARAFUOCO

A denunciarlo è il Sifus, il sindacato che si batte per la stabilizzazione degli operai forestali. Il Presidente della Regione, Nello Musumeci, si è impegnato ad operare una svolta in questo settore. Ma, nei fatti, la svolta non c’è stata. Al contrario, complice la commissione Bilancio dell’Ars, c’è stato un taglio di 25 milioni di euro. Risultato: i boschi dell’Isola sono a rischio fuoco. Il papocchio di PD e Movimento 5 Stelle sul contratto integrativo  

Anche quest’anno i boschi della Sicilia sono a rischio incendi. L’attuale Governo regionale di Nello Musumeci, a parole, ha assicurato che è tutto a posto, che i fondi sono stati stanziati e che la realizzazione delle opere di prevenzione del fuoco – a cominciare dai viali parafuoco – è iniziata a metà aprile. Ebbene, oggi 2 maggio, da un comunicato del Sifus, il sindacato autonomo che si batte per la stabilizzazione dei lavoratori del settore forestale, apprendiamo che è ancora tutto è bloccato.

“Infatti – leggiamo in un comunicato del Sifus – senza una Finanziaria che consente di realizzare tutte le giornate di legge nel comparto forestale (mancano 25 milioni di euro) e, soprattutto, senza una parte di risorse immediatamente spendibili per consentire di avviare al lavoro tutti i forestali, compresi i 78isti, al fine di realizzare i viali parafuoco, il rischio di incendi è altissimo, a prescindere dall’avvio puntuale della campagna antincendi e dell’impiego di mezzi aerei”.

Accusa pesantissima, quella lanciata da questa organizzazione sindacale all’indomani dell’approvazione della manovra economica e finanziaria 2018, da parte dall’Assemblea regionale siciliana.

Infatti, da quello che si capisce leggendo il comunicato del Sifus – che, lo ricordiamo, è fatto da lavoratori, cioè da gente che sta non dietro le scrivanie del Governo regionale a discettare di ‘filosofia’, ma nelle aree boscate della nostra Isola – i viali parafuoco non sono ancora stati realizzati.

Fino ad oggi – questa è la realtà descritta nel comunicato di questa organizzazione – abbiamo avuto solo le chiacchiere sulla prevenzione degli incendi, ma non le opere di prevenzione degli incendi.

“In verità – leggiamo sempre nel comunicato – il Governo Musumeci aveva promosso in commissione Bilancio (la commissione Bilancio e Finanze dell’Ars ndr) una proposta che conteneva tutte le risorse utili al comparto per il 2018 da inserire in Finanziaria. la commissione, di dette somme, ha tagliato 25 milioni di euro”.

Apprendiamo, così, che è stata la commissione Bilancio a tagliare i fondi per il settore forestale. 

Non solo.

“In occasione del voto alla Finanziaria – leggiamo sempre nel comunicato del Sifus – si è verificato un altro fatto altrettanto grave per il settore forestale: è stato approvato dal PD, dal Movimento 5 Stelle (cioè dai parlamentari del PD e del Movimento 5 Stelle ndr) e da alcuni franchi tiratori della maggioranza un sub emendamento attraverso il quale viene sancita l’entrata in vigore del contratto integrativo regionale. Questo contratto era stato approvato dalla Giunta Crocetta quattro giorni prima che si sciogliesse l’Ars, per consentire al PD e ai sindacati confederali di avere qualche strumento scorretto per fare campagna elettorale”.

“Questo contratto – prosegue la nota del Sifus – voluto fortemente dall’ex assessore Cracolici (Antonello Cracolici, ex assessore all’Agricoltura del Governo di Rosario Crocetta ndr) e dai confederali, senza che venissero coinvolti gli altri sindacati autonomi e di base, ma soprattutto senza il coinvolgimento dei lavoratori diretti interessati, determina, contestualmente, disparità di trattamento tra i lavoratori (nessun aumento di indennizzo per gli addetti all’antincendio, contro l’aumento della miseria di 60-80 euro per gli addetti alla manutenzione), tagli di diritti (legittimazione delle giornate lavorative ‘a spezzatino’ e dei ritardi nei pagamenti degli stipendi, nessun recupero degli arretrati contrattuali, ecc.) e, soprattutto, privilegi per i sindacati confederali (9 mila ore di permessi sindacali come nell’era in cui i forestali erano oltre 32 mila e loro agivano in regime di monopolio sindacale)”.

“Il Sifus, nelle prossime settimane – conclude la nota sindacale – presenterà una petizione tra i forestali nella quale si rivendicano, contestualmente, una variazione di Bilancio che reperisca le risorse finanziarie per garantire le giornate lavorative di legge; una rivisitazione progressista del CIRL (si dovrebbe trattare del contratto Integrativo regionale di Lavoro ndr) e l’accelerazione della riforma del comparto sulla base del ddl 104 sulla stabilizzazione”.

P.s.

Per la cronaca, la “variazione di Bilancio” non è altro che una legge che deve, ovviamente, essere approvata dal Parlamento siciliano. Se ne parlerà – ammesso che se ne parlerà – nella prossima sessione legislativa. E se da qui alla prossima sessione legislativa gli incendi – in assenza delle opere di prevenzione del fuoco – dovessero devastare il verde della nostra Isola la responsabilità di chi sarà? Della sessione legislativa da venire? Della commissione Bilancio e Finanze dell’Ars? Del Governo regionale? 

02 Maggio 2018

IL PUNTO. “AL VOTO, AL VOTO”, SOLITA MINACCIA. LA DURA VITA DEI GOVERNI ALL’ARS

La difficile settimana di Musumeci e i precedenti di Crocetta e Lombardo.

PALERMO – Ci risiamo. Il copione del braccio di ferro tra Ars e presidente della Regione è tornato in scena. Per la terza legislatura di fila, i rapporti tra Palazzo d’Orleans e Palazzo dei Normanni si presentano complicati. E ancora una volta torna a essere ventilata l’ipotesi di chiusura anticipata della legislatura, un gridare al lupo a cui i palazzi del potere siciliano sono abbastanza abituati. E con essa, torna la dialettica del presidente eletto per cambiare la Sicilia ma imbrigliato dai giochi e giochini dei deputati, un altro evergreen della politica nostrana dell’ultimo decennio.

“Non sarò ostaggio di nessuno, né io né il mio governo”, ha tuonato in Aula, accalorandosi alquanto, Nello Musumeci questa settimana. Solo pochi giorni dopo aver lanciato un altro messaggio: “Questo deve essere il governo delle riforme, con quattro-cinque priorità, tra cui la modifica della legge elettorale. Poi, se vogliamo, possiamo anche discutere di andare a votare, io non sono attaccato allo sgabello. Come ho sempre detto sono il presidente della semina e non della raccolta”.

Al voto, al voto. Ritornello già sentito. Musumeci non è il primo presidente senza maggioranza. Non ce l’aveva da principio nemmeno Rosario Crocetta, la costruì pezzo a pezzo con un abbondante transito da destra, in buona parte con la regia di quel sapiente conoscitore dell’Aula che era Lino Leanza. Aveva una super-maggioranza invece Raffaele Lombardo. Che però ruppe con un pezzo dei suoi compagni di viaggio, trovandone altri, in quel famoso ribaltone che sovvertì l’andazzo della politica siciliana. Legislature complicate, le ultime due. Complicate come si annuncia questa, con un governo senza maggioranza, costretto a patire sin dalle primissime battute.

E quando la legislatura si fa difficile, i toni tra presidente e deputati si alzano, inevitabilmente. E magari arriva la minaccia di dimissioni, arma sempre carica in mano al governatore, che se lascia manda a casa tutti i deputati. Ma si sa, l’arma seppure carica, quando non viene mai usata, perde un po’ del suo potere di deterrenza. Crocetta ad esempio ventilò la minaccia di dimissioni ai suoi alleati – ma mai in Aula o in dichiarazioni ufficiali – quando si dibatteva sulla nascita del “governo politico” nel 2014. In compenso, il governatore gelese che visse diversi momenti di attrito col Parlamento, quando qualcuno parlò di sue possibili dimissioni l’anno dopo, mandò un segnale di tutt’altro genere al Parlamento: “Le dimissioni? È un problema che non mi pongo. Se l’Ars non fa una riforma perché mi dovrei dimettere io? E comunque, per eliminarmi devono usare il bazooka”.

Raffaele Lombardo minacciò le dimissioni nel 2011, quando infiammava la polemica per la sua vicenda giudiziaria, agli albori. Il presidente di Grammichele aveva usato toni ultimativi già alla fine del 2010, sfidando l’Ars a presentare una mozione di sfiducia. Una sfida che poi il governatore ripeté altre volte nel corso della sua complicata navigazione a Palazzo d’Orleans.

Musumeci, invece, cerca la strada del dialogo. Anche se alla prima difficoltà perde le staffe e striglia in Aula l’opposizione quasi imputandole la responsabilità del pantano che sta invece nella fragilità della sua coalizione rattoppata alla bell’e meglio per vincere le elezioni. Il presidente ha teso la mano e dall’altra parte qualche volenteroso, nella fattispecie Sicilia Futura, s’è subito affrettato a stringerla. È solo l’inizio, la legislatura è lunga e le sue dinamiche oggi sono ancora difficilmente prevedibili. I fiori del dialogo sbocceranno o si tornerà al copione trito e ritrito del braccio di ferro e dell’al lupo al lupo della fine anticipata della legislatura? È ancora presto per dirlo.
di Salvo Toscano

30 Marzo 2018

LA PESANTE EREDITÀ DI CROCETTA

Disoccupazione (20,4%), rischio povertà (55,4%), incompiute (159), differenziata (15%): tutti record negativi. Ha consegnato a Nello Musumeci una Sicilia in condizioni Continua a leggere