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ALLARME INCENDI IN SICILIA: SIAMO A MAGGIO E NON CI SONO I VIALI PARAFUOCO

A denunciarlo è il Sifus, il sindacato che si batte per la stabilizzazione degli operai forestali. Il Presidente della Regione, Nello Musumeci, si è impegnato ad operare una svolta in questo settore. Ma, nei fatti, la svolta non c’è stata. Al contrario, complice la commissione Bilancio dell’Ars, c’è stato un taglio di 25 milioni di euro. Risultato: i boschi dell’Isola sono a rischio fuoco. Il papocchio di PD e Movimento 5 Stelle sul contratto integrativo  

Anche quest’anno i boschi della Sicilia sono a rischio incendi. L’attuale Governo regionale di Nello Musumeci, a parole, ha assicurato che è tutto a posto, che i fondi sono stati stanziati e che la realizzazione delle opere di prevenzione del fuoco – a cominciare dai viali parafuoco – è iniziata a metà aprile. Ebbene, oggi 2 maggio, da un comunicato del Sifus, il sindacato autonomo che si batte per la stabilizzazione dei lavoratori del settore forestale, apprendiamo che è ancora tutto è bloccato.

“Infatti – leggiamo in un comunicato del Sifus – senza una Finanziaria che consente di realizzare tutte le giornate di legge nel comparto forestale (mancano 25 milioni di euro) e, soprattutto, senza una parte di risorse immediatamente spendibili per consentire di avviare al lavoro tutti i forestali, compresi i 78isti, al fine di realizzare i viali parafuoco, il rischio di incendi è altissimo, a prescindere dall’avvio puntuale della campagna antincendi e dell’impiego di mezzi aerei”.

Accusa pesantissima, quella lanciata da questa organizzazione sindacale all’indomani dell’approvazione della manovra economica e finanziaria 2018, da parte dall’Assemblea regionale siciliana.

Infatti, da quello che si capisce leggendo il comunicato del Sifus – che, lo ricordiamo, è fatto da lavoratori, cioè da gente che sta non dietro le scrivanie del Governo regionale a discettare di ‘filosofia’, ma nelle aree boscate della nostra Isola – i viali parafuoco non sono ancora stati realizzati.

Fino ad oggi – questa è la realtà descritta nel comunicato di questa organizzazione – abbiamo avuto solo le chiacchiere sulla prevenzione degli incendi, ma non le opere di prevenzione degli incendi.

“In verità – leggiamo sempre nel comunicato – il Governo Musumeci aveva promosso in commissione Bilancio (la commissione Bilancio e Finanze dell’Ars ndr) una proposta che conteneva tutte le risorse utili al comparto per il 2018 da inserire in Finanziaria. la commissione, di dette somme, ha tagliato 25 milioni di euro”.

Apprendiamo, così, che è stata la commissione Bilancio a tagliare i fondi per il settore forestale. 

Non solo.

“In occasione del voto alla Finanziaria – leggiamo sempre nel comunicato del Sifus – si è verificato un altro fatto altrettanto grave per il settore forestale: è stato approvato dal PD, dal Movimento 5 Stelle (cioè dai parlamentari del PD e del Movimento 5 Stelle ndr) e da alcuni franchi tiratori della maggioranza un sub emendamento attraverso il quale viene sancita l’entrata in vigore del contratto integrativo regionale. Questo contratto era stato approvato dalla Giunta Crocetta quattro giorni prima che si sciogliesse l’Ars, per consentire al PD e ai sindacati confederali di avere qualche strumento scorretto per fare campagna elettorale”.

“Questo contratto – prosegue la nota del Sifus – voluto fortemente dall’ex assessore Cracolici (Antonello Cracolici, ex assessore all’Agricoltura del Governo di Rosario Crocetta ndr) e dai confederali, senza che venissero coinvolti gli altri sindacati autonomi e di base, ma soprattutto senza il coinvolgimento dei lavoratori diretti interessati, determina, contestualmente, disparità di trattamento tra i lavoratori (nessun aumento di indennizzo per gli addetti all’antincendio, contro l’aumento della miseria di 60-80 euro per gli addetti alla manutenzione), tagli di diritti (legittimazione delle giornate lavorative ‘a spezzatino’ e dei ritardi nei pagamenti degli stipendi, nessun recupero degli arretrati contrattuali, ecc.) e, soprattutto, privilegi per i sindacati confederali (9 mila ore di permessi sindacali come nell’era in cui i forestali erano oltre 32 mila e loro agivano in regime di monopolio sindacale)”.

“Il Sifus, nelle prossime settimane – conclude la nota sindacale – presenterà una petizione tra i forestali nella quale si rivendicano, contestualmente, una variazione di Bilancio che reperisca le risorse finanziarie per garantire le giornate lavorative di legge; una rivisitazione progressista del CIRL (si dovrebbe trattare del contratto Integrativo regionale di Lavoro ndr) e l’accelerazione della riforma del comparto sulla base del ddl 104 sulla stabilizzazione”.

P.s.

Per la cronaca, la “variazione di Bilancio” non è altro che una legge che deve, ovviamente, essere approvata dal Parlamento siciliano. Se ne parlerà – ammesso che se ne parlerà – nella prossima sessione legislativa. E se da qui alla prossima sessione legislativa gli incendi – in assenza delle opere di prevenzione del fuoco – dovessero devastare il verde della nostra Isola la responsabilità di chi sarà? Della sessione legislativa da venire? Della commissione Bilancio e Finanze dell’Ars? Del Governo regionale? 

02 Maggio 2018

LA FINANZIARIA 2018 ALL’ARS: CONFERMATE LE PENALIZZAZIONI VOLUTE DAL GOVERNO CROCETTA. SI È CONSUMATO UN FATTO GRAVISSIMO AI DANNI DEI LAVORATORI FORESTALI

Dopo aver confermato la ‘macelleria’ sociale per i lavoratori degli ex Sportelli multifunzionali e, in generale, per la Formazione professionale, il Governo Musumeci, in combutta con il solito PD, ha operato una prima ‘tosatura’ in danno degli operai della Forestale. L’affondo di Vincenzo Figuccia. Il Governo battuto in Aula sulla zootecnia e sul biglietto unico nei trasporti. ‘Bocciata’ anche la norma per la prima casa per le famiglie povere 

In un clima di grande confusione politica e parlamentare prosegue, nel Parlamento siciliano, il dibattuto sulla Finanziaria 2018. Man mano che si va avanti (di mezzo, come abbiamo ricordato ieri, c’è stato uno stralcio della presidenza dell’Ars non esattamente motivato in termini tecnico-giuridici…) si manifestano tre elementi. Vediamoli.

Il primo elemento sono i tagli. D’accordo con Roma, il Governo di Nello Musumeci – per fortuna non sempre sostenuto dalla maggioranza dell’Aula – sta provando a tagliare risorse a destra e a manca. Quella di Musumeci, insomma, non è la Finanziaria dello sviluppo, ma del sottosviluppo.

Il secondo elemento sono le operazioni speculative. Alcune sono già state ‘sgamate’, altre no. Si tratta di speculazioni volute da comitati di affari che stanno dietro potentati vari, in parte riconducibili al centrodestra e, in parte, ad altre forze politiche.

Il terzo elemento è lo sfaldamento non della maggioranza – perché in Aula il Governo Musumeci non ha una maggioranza – ma del centrodestra e, in generale, del quadro politico.

Cominciamo dalle penalizzazioni. Dopo aver preso in giro i lavoratori degli ex Sportelli multifunzionali e, in generale, della Formazione professionale, il Governo Musumeci – in questo caso con l’avallo della maggioranza dell’Ars, ha assestato un duro colpo agli operai della Forestale.

Il metodo scelto per penalizzare questo settore lo descrive con puntualità, in un comunicato, il parlamentare Vincenzo Figuccia:

“Oggi (ieri per chi legge ndr) si è consumato un fatto gravissimo ai danni dei lavoratori forestali. Su un sub emendamento presentato dal Partito Democratico e votato positivamente a scrutinio segreto, si calpestano i diritti e le aspettative dei forestali medesimi. Di fatto, non dalla porta, ma dalla finestra viene ratificato un contratto integrativo truffa (delibera di Giunta 404) firmato dal precedente governo Crocetta. Il contratto firmato nel 2017, all’epoca senza copertura finanziaria, prevede anche:
– la non puntualità nei pagamenti degli stipendi attraverso una nota a verbale (art. 15);
– il taglio del chilometraggio percorso che ha comportato l’apertura di contenziosi tra lavoratori e la stessa amministrazione (art. 19);
– la non riscossione degli arretrati contrattuali (art. 30).
Speravo in qualcosa di più, a garanzia di un comparto che meriterebbe risorse aggiuntive attraverso le quali garantire le giornate, la campagna antincendio e il rilancio di un settore in estrema sofferenza”.

Come potete notare, per penalizzare i lavoratori forestali la minoranza che a Sala d’Ercole sostiene il Governo Musumeci si è messa d’accordo con i deputati del PD (tutt’e undici? non lo sappiamo). Insieme, la nuova ‘coppia di fatto’ Musumeci-PD, hanno assestato un duro colpo ai forestali rispolverando i ‘fasti’ del Governo di Rosario Crocetta…

Tra oggi e domani proveremo a illustrare cosa prevede la Finanziaria, comprese le ‘operazioni truffalde’. Se non l’abbiamo fatto fino ad ora è perché – come abbiamo raccontato ieri – la presidenza dell’Ars di Gianfranco Miccichè si è divertita a stralciare norme a destra e a manca…

Da segnalare, ieri, la doppia “inchiummata” per il Governo sul biglietto unico per i trasporti in Sicilia e sulla fusione tra l’Istituto Zootecnico e l’Istituto per l’Incremento ippico.

Quest’ultimo articolo della Finanziaria 2018 – per fortuna ‘bocciato’ dall’Aula, è la dimostrazione palmare dell’inconsistenza amministrativa e programmatica del Governo Musumeci e, contemporaneamente, della scorrettezza politica e istituzionale della presidenza dell’Ars retta da Gianfranco Miccichè.

Come abbiamo già sottolineato, il presidente Miccichè, sorretto dall’ineffabile Segreteria generale dell’Ars, ha stralciato alcune norme perché non si può trasformare la Finanziaria in una legge omnibus e perché certe questioni vanno approvate con riforme di settore.

Sotto questo profilo la presidenza dell’Ars si è comportata con correttezza. Poi, però, ha lasciato in Finanziaria una norma sulla zootecnia, settore economico strategico per la Sicilia.

Rispetto alla zootecnia, il Governo Musumeci – che in agricoltura si è ancora una volta dimostrato un Governo dilettantismo e pressappochismo – d’accordo con la presidenza dell’Ars, ha lasciato in Finanziaria una fusione (come già ricordato, tra l’Istituto Zootecnico e l’Istituto per l’Incremento ippico) che, se approvata, avrebbe avuto solo un obiettivo: risparmiare, secondo i dettami di Roma, da dove – così come avveniva con Crocetta – Musumeci prende ordini…

Per fortuna – lo ribadiamo – l’Aula non ha approvato questa norma truffaldina. Meno male: dopo la ‘scomparsa’ dell’Associazione siciliana allevatori per manifesto fallimento (a proposito: perché l’attuale Parlamento dell’isola non fa luce su come e dove sono finiti i soldi dell’Associazione siciliana allevatori’) alla zootecnica siciliana serve una legge di settore e non pannicelli caldi e, meno che mai, fusioni al risparmio…

Da segnalare, anche, l’affossamento dell’articolo 8, sempre della Finanziaria 2018, che così recitava:

“1. Al fine di agevolare l’acquisto, la costruzione e/o l’intervento di recupero
edilizio della prima casa, il Dipartimento regionale delle infrastrutture della
mobilità e dei trasporti è autorizzato a concedere contributi in conto capitale, nei limiti dello stanziamento di bilancio, in favore di nuclei familiari con reddito familiare inferiore a 20 migliaia di euro annui nelle forme previste dalla legge, costituitisi da non oltre tre anni.
2. Per le finalità del presente articolo è autorizzata, per l’esercizio finanziario
2018, la spesa di 8.247.094,92 euro.

3. Con decreto del dirigente generale del Dipartimento regionale delle
infrastrutture della mobilità e dei trasporti sono determinate le modalità di
intervento”.

Insomma, erano 8 milioni e 200 mila euro circa per la prima casa in favore delle famiglie con redditi inferiori a 20 mila euro all’anno. ‘Bocciata’.

28 aprile 2018

REGIONE: LA “LENTITUDINE” DI MUSUMECI E I MURI DI GOMMA DEI GRUPPI DI POTERE. I SINDACATI CHE LO ATTACCANO PER TENERE IN VITA L’ESA. PER NON PARLARE DEI PRIMI SIT-IN DEI FORESTALI. MA NOI LE RIFORME LE FAREMO, SUBITO DOPO LA SESSIONE DI BILANCIO

Il governatore nel weekend si è sfogato davanti agli industriali contro il blocco conservatore. Ma all’Ars c’è il piano del dopo-Finaziaria per stanare 5stelle e Pd

CATANIA – Essendo un politico navigato non si aspettava certo di vivere dentro un cartone animato. Ma neanche in un film dell’orrore. Dopo quattro mesi a Palazzo d’Orléans, Nello Musumeci fa i conti con se stesso. E a chi – anche fra i suoi alleati – comincia a fargli arrivare il fastidio per una certa «lentezza», lui risponde stizzito: «Non confondetela con la prudenza!». Il riferimento, forse, sarà anche ai tempi di scelta del successore di Figuccia ai Rifiuti, magari anche alle 72 ore di vuoto di potere ai Beni culturali dopo le dimissioni di Sgarbi. Nonostante il governatore consideri una vittoria personale la nomina di Tusa, minacciata da chi in Forza Italia gli contrapponeva «un assessore politico per sistemere gli equilibri interni». Ma lui non ci sta: «Per fare le cose bene ci vuole il tempo necessario», ripete Musumeci ai suoi. Aggiungendo che «le leggi le fa il parlamento» e rivendicando, soltanto fra gli ultimi atti del governo, lo sblocco dell’aria di crisi di Gela e il piano stralcio sui rifiuti, che «non era neanche dovuto perché il piano definitivo lo faremo entro il 2018».

Ma il tempo passa inesorabile e Musumeci deve fare i conti con gli altri. Con la sua coalizione, sempre in punta di pallottoliere. E con le opposizioni, che preferiscono di gran lunga il bastone alla carota.

Non molla, il governatore. Eppure i sogni (che son desideri) hanno già fatto spazio alla realtà. Talvolta amara.
E all’analisi. In pubblico, come venerdì mattina a Catania, davanti al popolo di Confindustria. Uno sfogo in piena regola, in una sala che lo ascolta in rispettoso silenzio. «Il mio obiettivo quando mi sono insediato era quello di iniziare la fare le riforme. Io posso limitarmi a proporle, ma queste devono poi essere approvate dal parlamento. E ho capito che la stagione delle riforme in Sicilia non la vuole nessuno».
Una denuncia quasi in stile crocettiano. Ma vomitata con tono austero: «Questa legge elettorale non permette al presidente della Regione di avere una maggioranza stabile». E la sempre più frequente idea: «Io non mi lascerò piegare o condizionare da nessuno, sono disposto a chiudere le riforme e ad andare a casa», dice agli industriali che l’applaudono. Al contrario di un’Ars che ha vissuto lo scenario delle dimissioni come un’oltraggiosa minaccia.
Ma stavolta Musumeci va oltre: «Trovo un muro ogni qual volta si tenta di metter in campo riforme finalizzate a ridurre gli sprechi o a cancellare enti inutili, che costano solo denaro pubblico». Confessione finale: «Mi trovo ogni giorno di fronte a dei muri. I poteri della conservazione si trovano uniti di fronte al cambiamento».
 
Fin qui l’esternazione pubblica. Con chi ce l’ha il presidente? «Anche con chi si fa strumentalizzare, non sempre in buona fede, dai potentati», sostiene chi, fra i suoi fedelissimi, ha affrontato il discorso negli ultimi giorni. L’elenco sarebbe lungo: dai sindacati che lo attaccano per tenere in vita l’Esa dove ci sono «i 380 trattoristi, quasi tutti agrigentini, lascito del vecchio potere di Vincenzino Lo Giudice detto “mangialasagne”», alle lobby di coop, artigiani e gruppi finanziari che remano contro l’accorpamento di Irfis, Crias e Ircac. Per non parlare dei primi sit-in dei forestali e delle barricate annunciate sul fronte dei Consorzi di bonifica.
I «poteri della conservazione», però, sono anche dentro i Palazzi. Dalla burocrazia destabilizzata dal «cambio di 17 direttori generali su 28» allo stesso centrodestra, perplesso – giusto per fare un esempio – sulla rottamazione dei 10 Iacp soprattutto per la potenziale perdita di posti di sottogoverno, fra cda e revisori.
«Ma noi le riforme le faremo, subito dopo la sessione di bilancio», ha giurato davanti agli industriali. Ai quali non ha rivelato però il piano per stanare chi «prima certe cose le voleva e ora fa finta di dimenticare». Come il M5S sull’accorpamento Irfis-Irac-Crias: «Era nel loro programma», annota un musumeciano doc. O come il Pd sulla soppressione dell’Esa: «C’era anche un ddl di Cracolici», rammenta la medesima fonte. Che pregusta il momento in cui «li staneremo».
Una sfida difficile, rischiosa. E allora la mancanza di sprint di cui qualcuno lo addita, forse, è un’altra cosa. È “lentitudine”. Magari un po’ di prudente lentezza, ma soprattutto solitudine.
di Mario Barresi
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15 aprile 2018

LO SCENARIO ALL’ARS DELLE PROSSIME SETTIMANE. MUSUMECI, IL PRESIDENTE DELLA SEMINA E IL RACCOLTO CHE RISCHIA DI SPARIRE PER SEMPRE

In un’intervista rilasciata al settimanale Panorama in edicola questa settimana, Nello Musumeci torna ad affrontare i temi delle convergenze, che non ci sono, da parte delle opposizioni, riprende le grandi questioni da portare avanti per il governo della Sicilia, si rammarica di un tono poco istituzionale, al limite dell’insulto, lo valuta, da parte dei 5 stelle di Sicilia nei suoi confronti e parla della maggioranza come una circostanza numerica, più che un dato oggi tangibile.

In mezzo, vengono giustamente evidenziate le linee che divergono per quanto riguarda i grillini, di lotta in Sicilia, di speranza e di governo a Roma. Tutto questo alla vigilia dei giorni caldi in cui, dopo il 20, la legge finanziaria, tra commissioni e Aula, verrà messa alla prova. Duramente.

Sovviene pertanto il dubbio che, se qualcosa di sacrificabile c’è in questo momento nella legge, tanto vale farlo ricadere, intanto, in un contenitore di valutazioni quanto più condiviso, anche al di fuori del ristretto perimetro della maggioranza.

Sul soggetto finanziario unico e sulla riforma delle politiche abitative nell’Isola, per esempio, i numeri potrebbero ballare di brutto, come su altri passaggi del testo, primo tra tutti quello delle stabilizzazioni nelle società partecipate.

Che Musumeci abbia ragione sul fatto che questa sia una legislatura di transizione sono in pochi ad avere dubbi. Manca oggi nel centrodestra siciliano la proiezione di una leadership futura in FI, il Pd è allo sbando, a Roma come a Palermo, e persino i ‘grillini’ saranno tra tre anni alle prese con la successione di Giancarlo Cancelleri, tranne che non si rivedano le regole dei due mandati.

Questo fatto da un lato potrebbe far venir fuori le ambizioni di chi, dentro il parlamento regionale, ma in fondo anche fuori, si vuole attrezzare alla successione nei rispettivi ambiti di riferimento, ma al tempo stesso, costituisce altresì un limite nella misura in cui, finisce col demotivare quanti  rimangono fuori dalla possibilità di un coinvolgimento.

Il rischio, a partire dal prossimo voto di aprile sulla finanziaria, è l’inasprimento della palude di cui ci sono già tracce evidenti. Giuseppe Lupo, capogruppo all’Ars di un Pd che non farà sconti a prescindere, è tra i parlamentari che, dotati di sufficiente esperienza, attendono al varco l’esecutivo, per metterne a nudo limiti e contraddizioni.

A questo punto tanto vale che si materializzi in fretta l’ufficiale di collegamento, il collante tra coalizione che appoggia il governo e le appendici, varie ed eventuali, ove ci siano, chiamate a puntellare la navigazione zoppicante del centrodestra.

Il resto, di questo passo, rischia di essere cronaca dell’uguale. E pure noiosa.

di Giuseppe Bianca

07 Aprile 2018

La sconfitta di Berlusconi. Ora un Governo senza Forza Italia?

Luigi Di Maio non ha accreditato Berlusconi nelle trattative per le presidenze di Camera e Senato. E difficilmente lo accrediterà in un eventuale Governo. Due gli obiettivi di un possibile Governo Movimento 5 Stelle-Lega che potrebbero essere realizzati sin dalle prime battute: abolizione della legge Fornero e abolizione del Jobs Act. La fine del mangia-mangia sull’accoglienza ai migranti e il ritorno del Sud nell’agenda del Governo

Da ieri il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati hanno i rispettivi presidenti. Sono Maria Elisabetta Alberti Casellati, di Forza Italia, e Roberto Fico, del Movimento 5 Stelle. Ora si apre la partita più difficile: il Governo.

A differenza di tanti commentatori – come i mezzi di informazione riconducibili a Berlusconi, che due giorni fa davano “la rottura dell’unità del centrodestra” solo perché il candidato dell’ex Cavaliere alla guida dell’assemblea di Palazzo Madama, Paolo Romani, è stato ‘bocciato’ – noi non abbiamo la sfera di cristallo.

Insomma: non sappiamo come finirà. Ma un paio di cose pensiamo di essere in grado di intuirle.

Cominciando col dire che il pallino è nelle mani di Luigi Di Maio. Per un motivo semplice: perché è il candidato premier della forza politica che ha preso più voti.

Qualcuno obietterà: ma è la coalizione di centrodestra che ha preso più voti. Questo è falso, perché, come tutti gli osservatori sanno – compresi i ‘corifei’ della ‘Grande informazione’ che oggi fanno finta di non saperlo – Berlusconi, prima del voto, si era messo d’accordo con Renzi: è con l’ormai ex segretario del Partito Democratico che avrebbe costituito il Governo se il PD e Forza Italia avessero superato, insieme, il 40% dei voti.

Siccome sono stati entrambi ‘bocciati’, Renzi e Berlusconi non hanno più titolo per rivendicare la presenza in un eventuale Governo.

Renzi l’ha capito, Berlusconi pure, ma fa finta di non averlo capito.

Il primo messaggio l’ex Cavaliere l’ha incassato: il suo candidato alla presidenza del Senato, il già citato Paolo Romani, è rimasto a casa.

Ora c’è il Governo. Si farà? Non si farà? Ribadiamo: non lo sappiamo.

Ma se un Governo nascerà, da quello che ci sembra di capire ci sono due condizioni irrinunciabili per il Movimento 5 Stelle.

Prima condizione: la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Luigi Di Maio.

Seconda condizione: Forza Italia non potrà far parte dell’eventuale compagine di Governo.

Luigi Di Maio ha lavorato molto in questi anni per un suo eventuale Governo. E non è da escludere che proverà a governare. Ma qui entra in scena la seconda condizione: Di Maio si è rifiutato di accreditare Berlusconi durante le trattative per le presidenze di Camera e Senato e sarebbe veramente singolare se dovesse accreditare l’ex Cavaliere intruppando soggetti riconducibili a Forza Italia in un eventuale Governo.

Berlusconi sbraiterà un po’, ma poi si dovrà accodare.

E il programma di Governo? La coabitazione tra Movimento 5 Stelle e Lega non si annuncerebbe facile. Ma se si dovesse arrivare a un Governo è probabile che le due forze politiche comincerebbero ad attuare gli obiettivi per i quali concordano.

Che significa? Semplice: che i primi atti di un eventuale Governo Di Maio – magari con Matteo Salvini vice premier e Ministro dell’Interno – non potrebbero che essere l’abolizione della legge Fornero e l’abolizione del Jobs Act.

Si tratta di due leggi infami che il 95% degl’italiani e forse più detesta. E poiché al Governo non ci sarebbe più il “partito dei lavoratori che ha massacrato i lavoratori”, al secolo il PD, la legge Fornero e la legge sul Jobs Act dovrebbero sparire in meno di un mese.

Qualcuno dirà: e i soldi per abolirle? A questo dovrà provvedere l’Unione Europea dell’euro. E dovrà farlo senza perdere tempo. Perché un eventuale Governo Di Maio-Salvini ‘bocciato’ dall’Europa dell’euro che si oppone all’abolizione della legge Fornero e del Jobs Act, significherebbe rimandare gl’italiani alle urne, con Movimento 5 Stelle e Lega pronte a prendere il 90% dei voti!

Anche sull’IVA i signori di Bruxelles dovrebbero provvedere a darsi una ‘calmata’: dovranno subito ‘rimangiarsi’ la minaccia di un aumento dell’Imposta sul Valore Aggiunto. E dovranno prepararsi a ‘cacciare’ i soldi per pagare i migranti presenti in Italia, soldi che, fino ad oggi, hanno pagato gl’italiani con le tasse.

Sui migranti, con la Lega al Governo, ci sarà una svolta. Quale? Non siamo ovviamente in grado di sapere cosa ha in testa Salvini. Ma abbiamo la sensazione che un eventuale Governo Di Maio-Salvini porrà fine al mangia mangia organizzato dai Governi passati sulla pelle degli italiani e degli stessi migranti.

Potrebbe essere la fine – questo siamo in grado di anticiparlo – delle grandi speculazioni che hanno accompagnato la cosiddetta “accoglienza” dei migranti. Basta, insomma, scaricare i soldi che gli italiani pagano con le tasse nelle tasche dei gestori dei centri di accoglienza.

Non solo. Abbiamo anche la sensazione che un eventuale Governo Di Maio-Salvini porrebbe fine all’Italia mecca delle Ong. In parole più semplici, le Ong francesi che salveranno i migranti li porteranno in Francia e non più in Italia (soprattutto non più in Sicilia come primo approdo). Lo stesso discorso per le Ong tedesche, olandesi, svedesi, filnandesi, scandinave, americane eccetera eccetera eccetera.

E il reddito di cittadinanza? Su quello Di Maio e Salvini non concordano. Ma dubitiamo che il leader del Movimento 5 Stelle derogherà su tale punto. Che gli piaccia o no, su questo punto la Lega dovrà mediare.

Sugli aiuti alle imprese, invece, non ci dovrebbero essere problemi. Anche se, a differenza di quanto hanno fatto i Governi del PD (che hanno riempito di soldi le imprese del Centro Nord Italia riservando al Sud solo sgravi fiscali, in alcuni casi scippando anche le risorse finanziarie al Mezzogiorno per darle al Centro Nord), questa volta ci dovrebbe essere una distribuzione delle risorse, se non altro perché la forza del Movimento 5 Stelle è in buona parte concentrata al Sud.

La cosa non piacerà a tanti, ma per la prima volta dopo gli anni della sinistra DC – che negli anni ’80 del secolo passato era per il 90% concentrata nel Mezzogiorno (per non parlare dei leader di altre correnti della Democrazia Cristiana che erano pure meridionali) – il Sud tornerà nell’agenda dei Governi nazionali.

E parlando del Sud, ovviamente, non si potrà non ridiscutere tutti gli accordi sull’agricoltura che oggi penalizzano questo settore. A cominciare dalla questione del grano duro del Mezzogiorno d’Italia.  

Il Movimento 5 Stelle, al Parlamento europeo, ha fatto una grande battaglia politica e culturale contro il CETA, il trattato commerciale tra Unione Europea e Canada che non è meno infame della legge Fornero e del Jobs Act. Anche su questo punto potrebbe iniziare una bella battaglia.

Foto tratta da strettoweb.com 

25 marzo 2018

 

MATTINALE 39/ In Sicilia anche i 5 Stelle alla tavola di Don Rodrigo?

Ma si può, nel nome del senso di responsabilità, cambiare la linea politica? Ce lo chiediamo dopo aver letto le parole di Giancarlo Cancelleri, parlamentare regionale del Movimento 5 Stelle, da sempre fedelissimo di Beppe Grillo (sopra la foto dei due). Andare ad appoggiare, adesso, il Governo di Nello Musumeci e la vecchia politica siciliana: perché? 

Quando i politici parlano di senso di responsabilità, mi viene l’istinto di urlare e correre. Dalla “svolta di Salerno” del 1944 del Partito comunista italiano e il conseguente governo con dentro tutti i partiti antifascisti e il nefasto accordo sull’articolo 7 della Costituzione, che nella sostanza rese l’Italia Uno stato confessionale, agli Scilipoti e ai Di Gregorio dei giorni nostri è sempre la stessa storia.

Per senso di responsabilità alcuni politici che non possono raggiungere il loro obbiettivo invitano altri politici ad aiutarli, dietro compenso (danaro o altre utilità), ovvero altri politici accettano gli inviti al senso di responsabilità di altri politici e in cambio di denaro ed altre utilità prestano il loro contributo all’azione di governo di chi è più forte.

Il senso di responsabilità cela sempre un rapporto di forza tra chi accoglie e chi viene accolto. Ma in tutti i casi, tranne in quelli alla Scilipoti e Di Gregorio, in cui la transazione avviene in cucina, dalla svolta di Salerno in poi, chi ha accettato la proposta ha avuto molto di meno chi l’ha fatta.

Infatti assai spesso queste transazioni nascondono la loro vera essenza di contratto per adesione: ‘O così o Pomì’. E sempre con il rischio che, una volta spremuto, il limone venga buttato via.

Oggi sento parlare il “Santo bevitore”, l’onesto Musumeci, quello che la Sicilia sarebbe diventata bellissima, oh yeh, che è finito in mutande. Lui era già in mutande quando cominciò e lo sapeva; da onesto irresponsabile ha forzato la mano e ora la farina del diavolo va in crusca.

Sapeva e sa benissimo che la sua presidenza sarebbe stata squallida, inconcludente e dannosa, in mano alle stesse persone litigiose e irresponsabili dei tempi di Raffaele Lombardo e Rosario Crocetta che nascono con la stessa tara genetica. Maggioranze rabberciate, fatte di approfittatori, ladri farabutti, furbastri, e corruttori e corrotti.

Musumeci sa che per sopravvivere avrà bisogno di tenere in aria più piatti di quanti non sappia tenerne, ma, da personaggio cinico e irresponsabile qual è, va avanti e andrà avanti finché potrà e come potrà, fino al 2022. E intanto cerca di corrompere i politici attorno lui con la lusinga del “senso di responsabilità”, declinato in tavoli e tavolini, ristretti e caminetti, patti e i patticeddi, scambi e do ut des. Le proposte indecenti, tutte all’ombra del senso di responsabilità e in spregio dei siciliani.

 

Già il canto della Sirene è giunto alle orecchie di chi era alle velette e questo solo aspettava, sapendo che era questione di tempo.

“E’ il tempo delle responsabilità”, dichiara Giancarlo Cancelleri in una intervista. Ma come! Ma i 5 Stelle non sono alternativi a tutto il sistema? Non sono rivoluzione in atto? Non sono duri e puri? Negoziare, trattare? Con Musumeci, con Micchichè, con Lombardo e i cuffariani? Ho capito bene?

Sì, ma su “singoli temi”, si precisa. E quali, l’eliminazione dei vitalizi, la riduzione degli stipendi dei parlamentari e del personale dell’Ars? La chiusura delle partecipate? Lo credete possibile? Io no.

E allora quali temi si possono risolvere insieme se stando insieme non si possono risolvere i temi che fanno del Movimento 5 Stelle una cosa nuova e opposta all’esistente? Quelli che fanno comodo al centrodestra? Era questo il mandato? Per questo i 5 Stelle sono stati il più votato partito in Sicilia? Per trescare con la peggiore vecchia politica?

Ma c’è di più! Spero proprio che tra i militanti non passi sotto silenzio la gravissima affermazione di Cancelleri a proposito del bilancio all’esame dell’Ars:

“Noi con il PD l’altro giorno – ha confessato candidamente – avremmo potuto bocciare tutti i documenti finanziari e mandare questo Governo a casa. Ma non l’abbiamo fatto perché siamo nella fase della responsabilità”.

Ovvero: due forze politiche, entrambe prima all’opposizione e ora maggioranza e che sono in grado di chiudere questa fallimentare esperienza del centrodestra non lo fanno per senso di responsabilità? E verso chi? I Siciliani? Era questo il mandato degli elettori? E se il mandato non era questo chi ha cambiato “la linea del partito?” E alla luce di quale sole? E con quale referendum democratico tra gli iscritti?

Ma fatemi il piacere! E vi aspettate che la gente ci creda? Perché non dire che siamo alla svolta di Salerno di casa nostra? Perché contrabbandare per senso di responsabilità la vera molla che spinge a questo compromesso incredibile, a questo inciucio inaspettato, ovvero il desiderio di sedere tutti alla tavola di Don Rodrigo?

 

24 marzo 2018

Le rivelazioni esclusive di Crocetta a ilSicilia.it: “Ecco come mi hanno fatto fuori” [Videointervista]

 

In alto, la nostra intervista all’ex presidente della Regione Rosario Crocetta nella sua casa di Castel di Tusa.

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SONDAGGI POLITICHE, M5S PRIMO PARTITO IN SICILIA. E’ BOOM FORZA ITALIA NEI COLLEGI

Regge il Pd nelle rilevazioni di Keix-data for knowledge, realizzate tra il 10 e il 14 febbraio. Sorprendente il dato pronosticato per l’affluenza alle Continua a leggere

L’INTERVISTA A GIUSEPPE LUPO. “MUSUMECI È SENZA MAGGIORANZA. RICOSTRUIAMO IL PD DALLA BASE”

Intervista a Giuseppe Lupo. Il capogruppo: “Ingiuste le bacchettate di Musumeci ai sindaci”. Continua a leggere