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REGIONE: LA “LENTITUDINE” DI MUSUMECI E I MURI DI GOMMA DEI GRUPPI DI POTERE. I SINDACATI CHE LO ATTACCANO PER TENERE IN VITA L’ESA. PER NON PARLARE DEI PRIMI SIT-IN DEI FORESTALI. MA NOI LE RIFORME LE FAREMO, SUBITO DOPO LA SESSIONE DI BILANCIO

Il governatore nel weekend si è sfogato davanti agli industriali contro il blocco conservatore. Ma all’Ars c’è il piano del dopo-Finaziaria per stanare 5stelle e Pd

CATANIA – Essendo un politico navigato non si aspettava certo di vivere dentro un cartone animato. Ma neanche in un film dell’orrore. Dopo quattro mesi a Palazzo d’Orléans, Nello Musumeci fa i conti con se stesso. E a chi – anche fra i suoi alleati – comincia a fargli arrivare il fastidio per una certa «lentezza», lui risponde stizzito: «Non confondetela con la prudenza!». Il riferimento, forse, sarà anche ai tempi di scelta del successore di Figuccia ai Rifiuti, magari anche alle 72 ore di vuoto di potere ai Beni culturali dopo le dimissioni di Sgarbi. Nonostante il governatore consideri una vittoria personale la nomina di Tusa, minacciata da chi in Forza Italia gli contrapponeva «un assessore politico per sistemere gli equilibri interni». Ma lui non ci sta: «Per fare le cose bene ci vuole il tempo necessario», ripete Musumeci ai suoi. Aggiungendo che «le leggi le fa il parlamento» e rivendicando, soltanto fra gli ultimi atti del governo, lo sblocco dell’aria di crisi di Gela e il piano stralcio sui rifiuti, che «non era neanche dovuto perché il piano definitivo lo faremo entro il 2018».

Ma il tempo passa inesorabile e Musumeci deve fare i conti con gli altri. Con la sua coalizione, sempre in punta di pallottoliere. E con le opposizioni, che preferiscono di gran lunga il bastone alla carota.

Non molla, il governatore. Eppure i sogni (che son desideri) hanno già fatto spazio alla realtà. Talvolta amara.
E all’analisi. In pubblico, come venerdì mattina a Catania, davanti al popolo di Confindustria. Uno sfogo in piena regola, in una sala che lo ascolta in rispettoso silenzio. «Il mio obiettivo quando mi sono insediato era quello di iniziare la fare le riforme. Io posso limitarmi a proporle, ma queste devono poi essere approvate dal parlamento. E ho capito che la stagione delle riforme in Sicilia non la vuole nessuno».
Una denuncia quasi in stile crocettiano. Ma vomitata con tono austero: «Questa legge elettorale non permette al presidente della Regione di avere una maggioranza stabile». E la sempre più frequente idea: «Io non mi lascerò piegare o condizionare da nessuno, sono disposto a chiudere le riforme e ad andare a casa», dice agli industriali che l’applaudono. Al contrario di un’Ars che ha vissuto lo scenario delle dimissioni come un’oltraggiosa minaccia.
Ma stavolta Musumeci va oltre: «Trovo un muro ogni qual volta si tenta di metter in campo riforme finalizzate a ridurre gli sprechi o a cancellare enti inutili, che costano solo denaro pubblico». Confessione finale: «Mi trovo ogni giorno di fronte a dei muri. I poteri della conservazione si trovano uniti di fronte al cambiamento».
 
Fin qui l’esternazione pubblica. Con chi ce l’ha il presidente? «Anche con chi si fa strumentalizzare, non sempre in buona fede, dai potentati», sostiene chi, fra i suoi fedelissimi, ha affrontato il discorso negli ultimi giorni. L’elenco sarebbe lungo: dai sindacati che lo attaccano per tenere in vita l’Esa dove ci sono «i 380 trattoristi, quasi tutti agrigentini, lascito del vecchio potere di Vincenzino Lo Giudice detto “mangialasagne”», alle lobby di coop, artigiani e gruppi finanziari che remano contro l’accorpamento di Irfis, Crias e Ircac. Per non parlare dei primi sit-in dei forestali e delle barricate annunciate sul fronte dei Consorzi di bonifica.
I «poteri della conservazione», però, sono anche dentro i Palazzi. Dalla burocrazia destabilizzata dal «cambio di 17 direttori generali su 28» allo stesso centrodestra, perplesso – giusto per fare un esempio – sulla rottamazione dei 10 Iacp soprattutto per la potenziale perdita di posti di sottogoverno, fra cda e revisori.
«Ma noi le riforme le faremo, subito dopo la sessione di bilancio», ha giurato davanti agli industriali. Ai quali non ha rivelato però il piano per stanare chi «prima certe cose le voleva e ora fa finta di dimenticare». Come il M5S sull’accorpamento Irfis-Irac-Crias: «Era nel loro programma», annota un musumeciano doc. O come il Pd sulla soppressione dell’Esa: «C’era anche un ddl di Cracolici», rammenta la medesima fonte. Che pregusta il momento in cui «li staneremo».
Una sfida difficile, rischiosa. E allora la mancanza di sprint di cui qualcuno lo addita, forse, è un’altra cosa. È “lentitudine”. Magari un po’ di prudente lentezza, ma soprattutto solitudine.
di Mario Barresi
COPYRIGHT LASICILIA.IT © RIPRODUZIONE RISERVATA
15 aprile 2018

MUSUMECI APRE ALLE OPPOSIZIONI: «DIALOGO CON TUTTI PER LE RIFORME».

TRA LE RIFORME CHE DOVREMMO AFFRONTARE ANCHE QUELLI DEI FORESTALI E CONSORZI DI BONIFICA

Il governatore affronta la Finanziaria senza i numeri all’Ars: «Maggioranze variabili e responsabilità». E a Cancelleri manda a dire: «M5S forza parlamentare di cui non si può fare a meno»

Catania. «La casa brucia». E lui vorrebbe che «tutti» collaborassero per salvarla dall’incendio, «senza guardare ai rapporti fra vicini». Nello Musumeci, alla vigilia di una settimana decisiva, lancia l’ultimo appello alle opposizioni di un governo «chiaramente senza maggioranza». Da parte della coalizione di centrodestra «nessuna chiusura», ma soprattutto «un confronto aperto a tutti i contributi». A partire da quello offerto dai grillini («una forza parlamentare importante, di cui non si può fare a meno»), senza tralasciare il Pd: «Io con Crocetta fui responsabile, offrendo il sostegno sui temi di sviluppo e sostegno sociale». Ma ora il presidente della Regione guarda con interesse anche allo scenario romano. A ciò che è successo con l’accordo per le presidenze delle Camere (un «senso di responsabilità che auspico anche a Sala d’Ercole») e a ciò che potrebbe succedere con un governo sull’asse Salvini-Di Maio. «La politica è l’arte del possibile», dice Musumeci in questa lunga intervista. Ma possibile fino all’ingresso (o all’appoggio esterno) di M5S e dem al governo regionale? «Io voglio sperare in un appoggio alle grandi riforme, che dobbiamo fare tutti assieme».

Presidente Musumeci, perché l’Ars dovrebbe votare la Finanziaria del suo governo che è senza maggioranza?

«Intanto perché non è il vecchio contenitore-omnibus che è stato nel passato. Noi abbiamo conosciuto Finanziarie anche con 60 articoli, con dentro di tutto. Questo un testo asciutto ed essenziale. Avremmo potuto inserire molto altro, ma riteniamo giusto farlo con apposite leggi di settore. Del resto era quello che contestavamo agli altri quando eravamo all’opposizione. Ma questa Finanziaria è soltanto il primo passo rispetto a quello che succederà nei prossimi anni».

Cosa succederà nei prossimi anni?

«Le novità contenute nella Finanziaria anticipano una stagione di riforme che dovremmo affrontare tutti assieme. Penso a Irsap, legge elettorale, consorzi di bonifica, forestali, governance del servizio idrico, maggiori poteri alle Province, legge sul turismo…».

I buoni propositi non cambiano il punto di partenza: lei, all’Ars, non ha una maggioranza.

«La geografia parlamentare lo dice con chiarezza: le leggi passeranno con maggioranze che si formeranno di volta in volta. L’ho detto e lo ripeto. Questo governo non ha una maggioranza e non vuole acquisirla con metodi poco trasparenti. L’ho detto e lo ripeto: niente mercato nero dei parlamentari. Il passato, in questo senso, insegna».

E allora che vuole fare?

«C’è un coalizione di governo di centrodestra che sottoporrà di volta in volta all’aula le proposte di legge senza chiusure e con un confronto aperto a qualsiasi contributo. Qui non c’è un governo, ma una stagione riformista che chiuda col passato e ridia alla Regione strumenti nuovi e agili, adeguati a determinare da un lato crescita e sviluppo, dall’altro lato sostegno alle fasce più deboli, a chi rimane indietro».

E fin qui ci siamo. Ma Cancelleri, il leader dei grillini, le ha lanciato una proposta: «Apriamo la stagione del dialogo, noi ascoltiamo le vostre proposte e voi ascoltate le nostre». Come gli risponde?

«Con quello che ho detto sin dall’inizio, nel mio intervento sulle dichiarazioni programmatiche all’Ars. Il movimento 5stelle è una forza parlamentare importante, di cui non si può fare a meno. Da parte mia non c’è mai stata chiusura nei loro confronti, tanto meno nei confronti del Pd, i cui esponenti ricorderanno, ne sono certo, la condotta responsabile che abbiamo mantenuto in aula verso il governo Crocetta. Il tema è uno: la Sicilia rischia il collasso, tutti abbiamo il dovere di fare qualcosa, anche perché questo era il desiderio dei rispettivi elettori, il cui mandato va naturalmente rispettato. Io sono stato votato per guidarla, questa Regione. Anche se una legge elettorale assurda non mi consente di avere una maggioranza, forse perché concepita quando la geografica politica contemplava soltanto due poli».

La legge siciliana prevede l’elezione diretta del governatore. Ma rispetto a ciò che accade a Roma ci possono essere elementi di analogia: col Rosatellum non c’è una maggioranza, eppure, già nell’elezione dei presidenti delle Camere, c’è stato un dialogo.

«A Roma ha prevalso il senso di responsabilità. Mi auguro che lo stesso accada a Sala d’Ercole».

Gentiloni s’è dimesso e resta in carica per gli affari correnti. Ora comincia la partita della formazione del nuovo governo. Cosa cambierebbe per la Sicilia con un esecutivo sull’asse Salvini-Di Maio?

«Non posso non apprezzare l’ampia disponibilità ricevuta dal governo Gentiloni in questi miei primi tre mesi, con grande spirito istituzionale da parte degli esponenti del Pd. Sono certo che qualunque governo verrà fuori a Roma non potrà che accompagnare il nostro difficile percorso di risanamento e di rinascita».

Salvini fu un suo convinto sostenitore al momento della scelta del candidato di centrodestra alle Regionali. Poi, con la Lega, i rapporti in Sicilia sono un po’ precipitati. Ora l’exploit del leader del Carroccio cambia il quadro nazionale. Può condizionare anche quello regionale?

«Matteo Salvini s’è rivelato un abile mediatore con raffinato intuito politico. Quanto a Palermo, si sa, la politica è l’arte del possibile. Nel bene e nel male. Chi conosce il mio carattere e il mio essere non ricattabile sa che ogni percorso futuro sarà costruito con rispetto istituzionale e alla luce del sole».

Dice che la politica è l’arte del possibile. Ma tanto possibile fino a un ingresso, o a un appoggio esterno, dei grillini rispetto al suo governo?

«Più che un appoggio al governo voglio sperare in un appoggio alle grandi leggi di riforma».

E il Pd? Forse un loro sostegno al suo governo sarebbe meno innaturale…

«Per il Pd vale esattamente la stessa cosa detta per il Movimento 5 Stelle: non c’è alcuna chiusura, lavoriamo assieme alle riforme. Con l’aggiunta di un recente precedente parlamentare. Quando Crocetta rimase ostaggio della sua coalizione “allargata”, io dalla tribuna offrii il sostegno del centrodestra su tre-quattro proposte finalizzate a creare sviluppo e sostegno sociale. Si preferì andare avanti alla giornata. E il risultato è sotto gli occhi di tutti…».

Se i conti, per il suo governo, non tornano più, ciò è dovuto anche ai tanti mal di pancia di deputati del centrodestra. Ci sono i quattro ribelli di Forza Italia, che comunque non hanno rinnegato il sostegno al governo. E ci sono i cani sciolti della coalizione che non promettono nulla di buono…

«Per stile non mi occupo delle vicende in casa altrui. Prendo atto che comunque non sono mai venuti meno il rispetto e la stima di tutti i deputati eletti con il centrodestra nei miei confronti. Sentimenti di rispetto ampiamente ricambiati, ovviamente».

Un rispetto che, al netto del diverso modo di concepire il mondo, sembra essersi consolidato anche con il suo “gemello diverso” Miccichè.

«Al di là delle possibili diverse sensibilità, col presidente Miccichè manteniamo un sereno e corretto rapporto istituzionale, a prescindere dal fatto che sia il leader del principale partito del centrodestra».

Si apre una settimana decisiva. Quale sarà il suo ruolo nella difficile navigazione all’Ars?

«Il mio ruolo è già segnato. E non riguarda la settimana che si sta per aprire. Sono chiamato a lavorare per rimettere in piedi un ente sfilacciato e debilitato in tutte le sue strutture, centrali e territoriali. Lavoro per una prospettiva di medio termine: superati i primi due-tre anni, avremo in Sicilia una sensibile crescita di Pil e occupazione. Lavoriamo per ridare alla Sicilia quella buona reputazione che la renda appetibile agli investitori italiani e stranieri».

La sua apertura al dialogo con tutte le forze dell’Ars sembra chiara. Ma non si sente di fare un ulteriore appello alle opposizioni?

«Quando la casa brucia ogni secchio d’acqua è gradito, non ti chiedi chi sia il vicino che ti aiuta, né lui si chiede perché deve aiutarti. Ecco, io vorrei che in questo momento non si guardasse ai rapporti fra i vicini. Ma soltanto alla necessità, comune, di salvare la casa…».

Twitter: @MarioBarresi

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di Mario Barresi

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