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RIFORME, MICCICHÈ: “MUSUMECI APRE AI GRILLINI? SI CONFRONTI PRIMA CON LA SUA COALIZIONE”

I paletti di Forza Italia a Musumeci. Per Gianfranco Miccichè, il presidente della Regione può chiedere la collaborazione di tutti i partiti “tranne i 5 Stelle” nel tentativo di approvare la riforma dei rifiuti.
E così intorno al testo che dovrebbe radicalmente modificare il sistema dei gestione dei rifiuti in Sicilia si apre già una crepa nella maggioranza. Ieri Musumeci aveva detto che il governo “si confronterà con tutte le forze politiche che vogliono contribuire all’uscita definitiva dalla logica emergenzialista”.

http://gds.it/2018/06/14/emergenza-rifiuti-in-sicilia-ddl-firmato-m5s-per-riformare-il-settore_868731/

Poi però il presidente dell’Ars mette i paletti: “E’ chiaro comunque che Forza Italia può aprire a tutte le forze politiche, tranne ai 5 Stelle. La maggioranza di Musumeci è di centrodestra. Se l’intenzione del presidente fosse quella di aggiungere nuove forze alla coalizione, sarebbe necessario che prima si confrontasse con la sua maggioranza”.
In questo clima il governo deve affrontare l’emergenza scoppiata a inizio giugno.

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di Giacinto Pipitone

ARS, 289 DDL GIÀ SOTTO LA POLVERE

Di questi, 11 di iniziativa governativa. Il partito più attivo è il M5s (77), il deputato più fecondo Aricò (29, #Db). Fotografia eloquente della paralisi legislativa attuale a Palazzo dei Normanni 

PALERMO – Fin dall’inizio di questa legislatura all’Assemblea regionale siciliana ha lavorato a rilento.
Sono passati infatti quasi sei mesi dall’insediamento e le leggi approvate dall’inizio della legislatura sono state otto, molte delle quali sono leggi finanziarie e che la legge chiede che vengano approvate obbligatoriamente: la legge di Stabilità regionale, l’approvazione del Rendiconto consolidato della Regione per l’esercizio finanziario 2016, l’esercizio provvisorio di tre mesi, la proroga dell’esercizio provvisorio del bilancio della Regione per l’esercizio finanziario 2018 e il bilancio di previsione.

Le altre leggi approvate sono state le “Norme transitorie in materia di elezione degli organi dei liberi consorzi comunali e delle città metropolitane e proroga commissariamento”, le “Modifiche alla legge regionale 14 gennaio 1991, n. 4 relativa all’istituzione della Commissione parlamentare di inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia in Sicilia. Modifiche alla legge regionale 20 novembre 2008, n. 15 in materia di contrasto alla criminalità organizzata”, e “Norme in materia di variazione e rettifica dei confini fra i comuni di Grammichele e Mineo” e la “Variazione di denominazione dei comuni termali”, quest’ultima impugnata dal Consiglio dei Ministri nel suo unico articolo.

Le motivazioni di questo stallo legislativo sono diverse, a cominciare dal mese di insediamento dei componenti di Sala D’Ercole, avvenuto a ridosso delle festività natalizie, che hanno determinato uno slittamento dei lavori.
Poi, inevitabilmente, sono giunte le elezioni nazionali, che hanno impegnato in una durissima campagna elettorale i parlamentari eletti nei propri territori, a danno irrimediabilmente delle sedute d’Aula.

Poi ancora la sessione di bilancio, durante la quale non si possono esaminare altri ddl, se non quelli che hanno particolare carattere di urgenza, ha cristallizzato l’esame e la approvazione di altri disegni di legge.
Infine, le elezioni in diversi comuni siciliani e lo stallo nazionale, hanno fatto sì che il Palazzo dei Normanni sia rimasto in stato di “sopore” fino ad oggi.

A dire il vero, nelle ultime sedute d’Aula, alcuni parlamentari si sono ribellati alle frequenti notizie apparse sui media che “mettevano alla gogna” il Parlamento considerato fannullone, chiedendo a gran voce di legiferare al più presto.
Altri hanno significato vibrate proteste perché – hanno detto in Aula – se è vero che le sedute di Sala D’Ercole sono minime, nelle commissioni si è lavorato molto.

Deputati: stakanovisti e non
Il deputato che ha presentato più disegni di legge è fino ad oggi Alessandro Aricò di Diventerà Bellissima con 29 ddl, seguito da Antony Barbagallo del Pd con 18 , Stefano Zito con 17, 14 per Giancarlo Cancelleri, entrambi del M5S, Giorgio Assenza (Diventerà Bellissima) con 13 e Giampiero Trizzino (M5S) con 11.

Trasparenza del Sito Ars
Molti miglioramenti si possono ancora fare per la visibilità e soprattutto la trasparenza del sito ufficiale dell’Ars.
Diverse pagine non sono aggiornate a cominciare dai bollettini del Consiglio di presidenza: l’ultimo resoconto risale a ottobre 2017.
Inoltre, non si possono più seguire in streaming le sedute della commissione Bilancio.

Annunci: Ddl su editoria e Sovrintendenze
Il Presidente Ars Miccichè il 24 aprile scorso ha detto che il Governo ha pronta una bozza di ddl a favore dell’editoria siciliana. Ma di questo documento non si hanno più notizie a più di un mese dall’annuncio. Sempre Miccichè ha detto che proporrà “un Ddl per lo sdoppiamento delle Sovrintendenze”.
I ddl però non sono ancora stati caricati sul sito tra quelli da esaminare ed eventualmente approvare.

Stallo legislativo dannoso
278 i ddl presentati dall’inizio della legislatura, di cui approvati solo pochissimi, tra cui alcuni di natura economico finanziaria come la finanziaria e il bilancio e pochi altri, per arrivare a meno di dieci leggi in circa sei mesi, una delle quali peraltro è stata impugnata dal Consiglio dei Ministri.

di Raffaella Pessina

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12 giugno 2018

Riserve naturali in Sicilia, rischio chiusura entro fine anno !

Palermo, 31 mag. (AdnKronos) – Il M5S presenta un disegno di legge per salvare le riserve naturali siciliane. Ieri, in commissione Ambiente dell’Ars, le società ambientaliste hanno lanciato l’allarme sul “rischio chiusura entro la fine dell’anno, non solo per la carenza di fondi determinata delle ultime sforbiciate della legge finanziaria, ma per anche per l’imminente scadenza delle convenzioni fissata al 31 dicembre”.

Le associazioni hanno avanzato la proposta alla Regione di istituire un’unica figura centrale che sia capace di elaborare progetti e di rimettere in piedi un sistema che potrebbe rivalorizzare tutte le riserve, non solo quelle gestite dalle associazioni. “Una proposta – sottolinea il deputato del M5S Giampiero Trizzino – che condividiamo integralmente e per la quale abbiamo subito presentato un disegno di legge di cui chiederemo immediata trattazione. Il governo Crocetta, nella scorsa legislatura, non è stato in grado di proporre una riforma organica della materia, per cui oggi chiediamo al presidente Musumeci di accogliere questo progetto delle associazioni”.

31 maggio 2018

Retroscena Bufera Conte, la lunga giornata dei sospetti sul ritorno di Di Maio. Salvini: «Se si cambia, salta tutto»

Il timore di dover dire sì a un governo guidato dal leader dei Cinquestelle

La giornata dei sospetti comincia con lo spread sul debito che arriva a quota 196. Seguono, a partire dal New York Times, le bordate che nel corso della giornata si fanno raffica nei confronti di Giuseppe Conte, il candidato premier proposto dai 5 stelle e accettato dai leghisti. E si conclude nell’incertezza sui tempi di convocazione al Quirinale del presidente del Consiglio in pectore.

Confronto di novanta minuti

Normale che Matteo Salvini e Luigi Di Maio abbiano molto da dirsi. E infatti, nel primo pomeriggio si confrontano per oltre novanta minuti filati. Al termine, il segretario leghista arriva tra i suoi parlamentari famelici di notizie e, per prima cosa, ribadisce la sua fiducia in Di Maio: «Che vi devo dire? Io di Luigi mi fido. Credo davvero che sia in buona fede». Eppure, qualche cosa al segretario leghista non torna. E così, completa la frase: «Di Luigi mi fido, ma non so se tutti quelli che ha intorno siano altrettanto affidabili». Un tarlo rode il capo leghista, e i suoi lo riferiscono così: «Noi abbiamo, come da accordi presi, lasciato a loro la scelta del premier: come è possibile, ferma restando la fiducia, che abbiano scelto una persona di cui, ad ogni ora che passa, se ne sente una nuova?».

Salvini: no a un governo Di Maio

Il dubbio è quello che tra i leghisti resiste da tempo: e cioè, che — tramontate le ipotesi «terze», quelle del «nome condiviso» — alla fine Matteo Salvini sia costretto a dire sì a un governo guidato da Luigi Di Maio. Così come ritengono piacerebbe al presidente Sergio Mattarella. Ma lui, il segretario leghista, continua a dire no: «Lo ripeto dal 5 marzo. Io posso benissimo non essere il premier, ma allora neppure può esserlo Di Maio». Di più: «O il governo parte come deve essere, oppure torniamo tutti quanti a votare». Un pensiero che nelle ultime ore scintilla spesso tra le idee del capo leghista, con la vittoria in Val d’Aosta e alcuni sondaggi che sono arrivati a dare la Lega al 25,5%.

Salta la triade Conte-Savona-Massolo?

Anche perché, a tarda sera, parte una nuova folata di voci: l’impianto sostanziale del governo — che vede premier Conte, ministro all’Economia Paolo Savona e agli Esteri Giampiero Massolo — sarebbe saltato. I leghisti accolgono gelidamente la notizia: «Noi stiamo a quanto concordato fino a questo momento. Se altri non sono più d’accordo, se ne assumeranno la responsabilità. E si va al voto». Salvini avrebbe anche detto di essere «pronto a tutto: al governo, al voto, alle barricate».

Il silenzio del Quirinale

Ma i sospetti leghisti si appuntano anche sul Quirinale: a ieri sera, dal Colle non era ancora arrivata alcuna comunicazione. E molti leghisti sono inquieti: «Ci hanno detto e ripetuto di fare presto. Poi, il lunedì diamo al capo dello Stato un nome che ha una maggioranza in Parlamento, e lui va a Civitavecchia». Un riferimento alla partecipazione del presidente alla partenza della Nave della legalità. Tra i leghisti meno diplomatici se ne sentono di addirittura roventi: «Come mai aspetta? Per far salire lo spread di un altro “ventello” e fare pressione su Matteo?». Uno stupore per la scelta d’attesa condivisa anche da buona parte del Movimento.

Ancora colloqui

I 5 Stelle vivono la loro giornata in altalena, tra la «sorpresa» per il susseguirsi di notizie sul curriculum di Conte e i fitti contatti tra i due leader. Ma è Di Maio a rassicurare i più inquieti: «Con Salvini siamo e restiamo d’accordo su tutto», avrebbe detto ai suoi il capo politico. I due leader si rivedono prima di lasciare Montecitorio: si studiano possibili scenari ed equilibri. Con il passare delle ore crescono pure i sospetti di una manovra del Movimento, di un blitz per piazzare Di Maio a Palazzo Chigi. Ma i Cinque Stelle respingono i sospetti. «L’ideale di tutti sarebbe un governo politico, però Salvini non vuole e per noi si procede con Conte. L’idea di un cambio forse sarà balenata ad altri». E ancora: «Noi? Ci sentiamo sicuri dell’accordo politico che abbiamo intavolato. Crediamo che siano fattori esterni a noi e alla Lega a creare intoppi». Il problema su Paolo Savona all’Economia, professore anti euro, però resta. Anche se Salvini scuote la testa: «Incredibile. Lui non è un leghista. È stato ministro di un padre della Patria come Ciampi, è stato in Bankitalia…».

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Di Maio: “Reddito cittadinanza non ha limite di 2 anni”

Il limite di due anni del reddito di cittadinanza, contenuto nel contratto di governo, “è un’interpretazione totalmente sbagliata. Quella cosa lì non riguarda l’erogazione del reddito, ma le proposte di lavoro”. Lo assicura Luigi Di Maio, da Imola, in diretta Facebook: “Il reddito di cittadinanza si dà alle persone che hanno perso il lavoro per formarsi e ricevere tre proposte di lavoro dal Centro per l’impiego. Se non accetta nessuna di queste tre proposte perde il reddito di cittadinanza. La misura serve a questo non a far stare sul divano qualcuno senza far nulla”. “Ma se c’è un furbo nel centro per l’impiego che la prima proposta la fa dopo due anni, la seconda dopo cinque anni e la terza dopo nove anni, io ho per nove anni il reddito di cittadinanza. Quindi abbiamo messo un limite temporale non al reddito ma alle tre proposte di lavoro da proporre a colui che prende il reddito in modo tale che quest’ultimo deve accettare il lavoro ed entrare nel mondo del lavoro”, aggiunge Di Maio.

“Non so se personalmente andrò a fare il presidente del Consiglio o entrerò nella squadra di governo, ma di certo ho portato al governo del Paese il nostro vero leader che è il programma di governo Cinque Stelle“. “Ormai ci siamo – aggiunge – da lunedì o martedì spero di poter sostenere i nostri candidati sindaci dal governo del Paese“. Con il governo che stiamo provando a fare finalmente “la smettiamo con quelli che entrano lì dentro e dicono ‘ghe pensi mi’“. “Ci stiamo andando a riprendere i nostri diritti, i diritti sociali”, afferma. “Quello che abbiamo fato ieri è una cosa che si studierà sui libri di storia tra 20, 30 anni – sottolinea il leader Cinque Stelle -. Sono stati 80 lunghi giorni in cui abbiamo cambiato il metodo di formazione dei governi, prima si faceva in pochi giorni: ci si accordava su ministeri e viceministri e si lasciavano da parte i cittadini”. “Abbiamo imposto prima i temi e poi il chi dovesse eseguire questi temi”, conclude Di Maio.

19 maggio 2018

“Nel contratto di governo nessuna uscita dall’euro”

“Il contratto di governo pubblicato dall’Huffington Post è una versione vecchia che è stata già ampiamente modificatanel corso degli ultimi due incontri del tavolo tecnico. La versione attuale, dunque, non corrisponde a quella pubblicata. Molti contenuti sono radicalmente cambiati. Sull’euro, ad esempio, le parti hanno già deciso di non mettere in discussione la moneta unica. La versione pubblicata, dunque, non è fedele a quella attuale”. Lo affermano il Movimento 5 Stelle e la Lega in una nota congiunta.

Della bozza del contratto pubblicata dall’HuffPost “credo sia stato cambiato molto, soprattutto la parte del debito, dell’euro e molte parti legate a immigrazione e a nostri temi sulle questioni dei beni comuni“. Così Luigi Di Maio uscendo dalla Camera. “L’uscita dall’euro? Secondo me quella roba lì non ci sarà”, ha aggiunto.

Fonti M5S sostengono che la bozza uscita in queste ore risalga in realtà a ieri mattina, ma su molti punti – compreso il nodo dell’Europa e della moneta unica – il documento in questione conteneva la sola ‘sintesi’ degli uffici legislativi, che avevano raccolto tutti i punti dei due programmi su uno stesso tema facendoli confluire in una bozza a cui avrebbe dovuto poi lavorato il tavolo tecnico.

16 maggio 2018

OK ALLA NORMA CHE AUMENTA LE POLTRONE D’ORO ALL’ARS: POLEMICA M5S-MICCICHÈ. IL COLPO DI SCENA È MATURATO QUANDO MANCAVA POCO ALLA MEZZANOTTE. IL MAB: ON.CANCELLIERI NON VOGLIAMO ESPRIMERE COME LA PENSIAMO, DICIAMO SOLO CHE CI AVETE DELUSI TUTTI

Il colpo di scena è maturato quando mancava poco alla mezzanotte e la Finanziaria era già stata approvata. Il presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, ha fatto votare anche un articolo presentato come una piccola modifica al regolamento interno. In realtà è una norma che aumenta di due il numero di poltrone d’oro nel consiglio di presidenza.

E’ una norma destinata a concedere due posti in consiglio di presidenza. Uno andrà a Fratelli d’Italia, l’unico partito della maggioranza rimasto fuori a dicembre quando vennero eletti i vertici del Parlamento. L’altro è per Sicilia Futura, formazione del centrosinistra creata dall’ex ministro Totò Cardinale che spesso ha fatto da stampella al centrodestra, privo dei numeri per essere maggioranza autonoma all’Ars. Proprio Sicilia Futura fu determinante per l’elezione di Miccichè alla presidenza dell’Ars.

Subito è scoppiata la rivolta del M5S, che con Giancarlo Cancelleri hanno fatto notare l’incongruenza di una norma che assegna una poltrona d’oro a un partito, Sicilia Futura, che ha appena due deputati. Tutti graduati: “Uno è capogruppo, l’altro membro del consiglio di presidenza” ha ironizzato Cancelleri sottolineando anche “lo spreco di risorse”.

Il riferimento è ai costi che questa norma comporta in termini di indennità aggiuntive e staff che può essere arruolato dai due nuovi deputati segretari del consiglio di presidenza. Ma Miccichè ha replicato che i costi totali non aumenteranno perché l’intero budget annuale del consiglio di presidenza verrà riassegnato e distribuito su più membri. Il presidente dell’Ars ha sempre detto che a suo modo di vedere per rispettare gli equilibri democratici ogni gruppo politico va rappresentato negli organismi di vertice dell’Ars.

La polemica però non è affatto scemata. Soprattutto perché la norma che aumenta le poltrone d’oro è stata poi votata da tutto il Parlamento a eccezione dei grillini.

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di Giacinto Pipitone

01 Maggio 2018

 

L’ARS APPROVA EMENDAMENTO M5S, OK A CONVENZIONE CON VIGILI FUOCO, RADDOPPIATI GLI STANZIAMENTI

In Sicilia le attività di prevenzione e antincendio sono salve. La Regione per quest’anno potrà stipulare la convenzione con i vigili del fuoco. Lo prevede una proposta alla Finanziaria presentata dal M5S, a firma del deputato regionale Giampiero Trizzino. Già durante l’esame della manovra nelle commissioni di merito, i Cinquestelle avevano acceso i riflettori sulla mancata previsione di spesa per le attività di prevenzione e antincendio; il capitolo di spesa in questione, infatti, era stato azzerato per gli anni 2018, 2019 e 2020. La proposta depositata in Aula dal M5S ha ricevuto l’apprezzamento del Governo che ha deciso di ripristinarlo, consentendo la sigla della convenzione con il corpo dei Vigili del Fuoco, per 90 giorni, a partire dal 1 giugno 2018.

“Il 2017 – dice Trizzino – è stato un hannus horribilis per la Sicilia. Venticinquemila ettari di vegetazione boschiva e macchia mediterranea sono andati in fumo su 72 mila ettari bruciati in Italia. In pratica un terzo delle aree devastate dei roghi su scala nazionale si trovava in Sicilia. Questa iniziativa dimostra, che durante i lavori d’Aula, stiamo svolgendo bene il nostro ruolo di opposizione responsabile con atti concreti”. 

29 Aprile 2018

REGIONE: LA “LENTITUDINE” DI MUSUMECI E I MURI DI GOMMA DEI GRUPPI DI POTERE. I SINDACATI CHE LO ATTACCANO PER TENERE IN VITA L’ESA. PER NON PARLARE DEI PRIMI SIT-IN DEI FORESTALI. MA NOI LE RIFORME LE FAREMO, SUBITO DOPO LA SESSIONE DI BILANCIO

Il governatore nel weekend si è sfogato davanti agli industriali contro il blocco conservatore. Ma all’Ars c’è il piano del dopo-Finaziaria per stanare 5stelle e Pd

CATANIA – Essendo un politico navigato non si aspettava certo di vivere dentro un cartone animato. Ma neanche in un film dell’orrore. Dopo quattro mesi a Palazzo d’Orléans, Nello Musumeci fa i conti con se stesso. E a chi – anche fra i suoi alleati – comincia a fargli arrivare il fastidio per una certa «lentezza», lui risponde stizzito: «Non confondetela con la prudenza!». Il riferimento, forse, sarà anche ai tempi di scelta del successore di Figuccia ai Rifiuti, magari anche alle 72 ore di vuoto di potere ai Beni culturali dopo le dimissioni di Sgarbi. Nonostante il governatore consideri una vittoria personale la nomina di Tusa, minacciata da chi in Forza Italia gli contrapponeva «un assessore politico per sistemere gli equilibri interni». Ma lui non ci sta: «Per fare le cose bene ci vuole il tempo necessario», ripete Musumeci ai suoi. Aggiungendo che «le leggi le fa il parlamento» e rivendicando, soltanto fra gli ultimi atti del governo, lo sblocco dell’aria di crisi di Gela e il piano stralcio sui rifiuti, che «non era neanche dovuto perché il piano definitivo lo faremo entro il 2018».

Ma il tempo passa inesorabile e Musumeci deve fare i conti con gli altri. Con la sua coalizione, sempre in punta di pallottoliere. E con le opposizioni, che preferiscono di gran lunga il bastone alla carota.

Non molla, il governatore. Eppure i sogni (che son desideri) hanno già fatto spazio alla realtà. Talvolta amara.
E all’analisi. In pubblico, come venerdì mattina a Catania, davanti al popolo di Confindustria. Uno sfogo in piena regola, in una sala che lo ascolta in rispettoso silenzio. «Il mio obiettivo quando mi sono insediato era quello di iniziare la fare le riforme. Io posso limitarmi a proporle, ma queste devono poi essere approvate dal parlamento. E ho capito che la stagione delle riforme in Sicilia non la vuole nessuno».
Una denuncia quasi in stile crocettiano. Ma vomitata con tono austero: «Questa legge elettorale non permette al presidente della Regione di avere una maggioranza stabile». E la sempre più frequente idea: «Io non mi lascerò piegare o condizionare da nessuno, sono disposto a chiudere le riforme e ad andare a casa», dice agli industriali che l’applaudono. Al contrario di un’Ars che ha vissuto lo scenario delle dimissioni come un’oltraggiosa minaccia.
Ma stavolta Musumeci va oltre: «Trovo un muro ogni qual volta si tenta di metter in campo riforme finalizzate a ridurre gli sprechi o a cancellare enti inutili, che costano solo denaro pubblico». Confessione finale: «Mi trovo ogni giorno di fronte a dei muri. I poteri della conservazione si trovano uniti di fronte al cambiamento».
 
Fin qui l’esternazione pubblica. Con chi ce l’ha il presidente? «Anche con chi si fa strumentalizzare, non sempre in buona fede, dai potentati», sostiene chi, fra i suoi fedelissimi, ha affrontato il discorso negli ultimi giorni. L’elenco sarebbe lungo: dai sindacati che lo attaccano per tenere in vita l’Esa dove ci sono «i 380 trattoristi, quasi tutti agrigentini, lascito del vecchio potere di Vincenzino Lo Giudice detto “mangialasagne”», alle lobby di coop, artigiani e gruppi finanziari che remano contro l’accorpamento di Irfis, Crias e Ircac. Per non parlare dei primi sit-in dei forestali e delle barricate annunciate sul fronte dei Consorzi di bonifica.
I «poteri della conservazione», però, sono anche dentro i Palazzi. Dalla burocrazia destabilizzata dal «cambio di 17 direttori generali su 28» allo stesso centrodestra, perplesso – giusto per fare un esempio – sulla rottamazione dei 10 Iacp soprattutto per la potenziale perdita di posti di sottogoverno, fra cda e revisori.
«Ma noi le riforme le faremo, subito dopo la sessione di bilancio», ha giurato davanti agli industriali. Ai quali non ha rivelato però il piano per stanare chi «prima certe cose le voleva e ora fa finta di dimenticare». Come il M5S sull’accorpamento Irfis-Irac-Crias: «Era nel loro programma», annota un musumeciano doc. O come il Pd sulla soppressione dell’Esa: «C’era anche un ddl di Cracolici», rammenta la medesima fonte. Che pregusta il momento in cui «li staneremo».
Una sfida difficile, rischiosa. E allora la mancanza di sprint di cui qualcuno lo addita, forse, è un’altra cosa. È “lentitudine”. Magari un po’ di prudente lentezza, ma soprattutto solitudine.
di Mario Barresi
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15 aprile 2018

Ars: portaborse assunti come colf. E Miccichè attacca il M5s

Una ventina di casi, ma potrebbero essere di più. Sono stati assunti a Palazzo dei Normanni da deputati con contratti da domestici per pagare meno contributi, come notato dalla Corte dei conti. Il presidente dell’Assemblea su Fb: grillini fanno contratti semestrali

Almeno una ventina, ma potrebbero essere di più – secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa Ansa – a Palazzo dei Normanni, sono le colf assunte dai deputati nei gruppi parlamentari dell’Assemblea regionale siciliana.
 
Ma non si tratta certo di persone prese per fare le pulizie negli uffici del Parlamento più antico d’Europa, bensì di personale inquadrato come “portaborse”, ai quali gli onorevoli hanno fatto firmare contratti da collaboratore domestico.
 
Un’escamotage usato dai parlamentari per pagare meno oneri previdenziali, che non è sfuggito alla Corte dei conti che ha già ascoltato in adunanza pubblica i capigruppo dell’Ars senza però entrare nel merito della tipologia contrattuale applicata ai 162 collaboratori.
 
Tra questi c’erano i cosiddetti D6 assunti dai deputati grazie a una norma, contenuta nella legge di recepimento del decreto Monti sulla spending review approvata quattro anni fa, scattata all’inizio di questa legislatura.
 
Intanto sul proprio profilo Facebook, il presidente dell’Assemblea siciliana Gianfranco Miccichè ha attaccato i grillini proprio sui contratti per i portaborse.
 
 “Ci sono gruppi parlamentari – ha affermato – che hanno utilizzato i 58 mila euro derivanti dalla ‘legge Monti’ per stipulare contratti semestrali (vedi Cinquestelle). Che senso ha un contratto con scadenza così breve? Neanche il tempo di prendere confidenza con l’ambiente lavorativo e sei già fuori. Sarebbe facile, come fanno i grillini, insinuare dubbi e seminare zizzanie, ricorrendo, come fanno loro, alla demagogia. Ma non scendiamo su questo piano”.
 
“In questi ultimi giorni, come è noto – è scritto nel post – , sono dovuto intervenire per cercare di ristabilire un certo equilibrio sulle assunzioni temporanee dei gruppi parlamentari Assunzioni che hanno fatto lievitare il numero dei precari. Ciò è accaduto perché fu recepita la norma che destinava 58 mila e 500 euro ad ogni deputato per consentirgli di circondarsi di persone qualificate in grado di coadiuvarlo nella sua attività parlamentare”.
 
“Non si è tenuto conto – ha concluso Miccichè – che all’Ars c’erano già gli stabilizzati, cioè precari che negli anni precedenti avevano lavorato nei gruppi parlamentari e che poi vennero ‘assunti’. Gli uni dovrebbero escludere gli altri, in teoria. Un bel rompicapo”.

di Redazione

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14 aprile 2018