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LO SCENARIO ALL’ARS DELLE PROSSIME SETTIMANE. MUSUMECI, IL PRESIDENTE DELLA SEMINA E IL RACCOLTO CHE RISCHIA DI SPARIRE PER SEMPRE

In un’intervista rilasciata al settimanale Panorama in edicola questa settimana, Nello Musumeci torna ad affrontare i temi delle convergenze, che non ci sono, da parte delle opposizioni, riprende le grandi questioni da portare avanti per il governo della Sicilia, si rammarica di un tono poco istituzionale, al limite dell’insulto, lo valuta, da parte dei 5 stelle di Sicilia nei suoi confronti e parla della maggioranza come una circostanza numerica, più che un dato oggi tangibile.

In mezzo, vengono giustamente evidenziate le linee che divergono per quanto riguarda i grillini, di lotta in Sicilia, di speranza e di governo a Roma. Tutto questo alla vigilia dei giorni caldi in cui, dopo il 20, la legge finanziaria, tra commissioni e Aula, verrà messa alla prova. Duramente.

Sovviene pertanto il dubbio che, se qualcosa di sacrificabile c’è in questo momento nella legge, tanto vale farlo ricadere, intanto, in un contenitore di valutazioni quanto più condiviso, anche al di fuori del ristretto perimetro della maggioranza.

Sul soggetto finanziario unico e sulla riforma delle politiche abitative nell’Isola, per esempio, i numeri potrebbero ballare di brutto, come su altri passaggi del testo, primo tra tutti quello delle stabilizzazioni nelle società partecipate.

Che Musumeci abbia ragione sul fatto che questa sia una legislatura di transizione sono in pochi ad avere dubbi. Manca oggi nel centrodestra siciliano la proiezione di una leadership futura in FI, il Pd è allo sbando, a Roma come a Palermo, e persino i ‘grillini’ saranno tra tre anni alle prese con la successione di Giancarlo Cancelleri, tranne che non si rivedano le regole dei due mandati.

Questo fatto da un lato potrebbe far venir fuori le ambizioni di chi, dentro il parlamento regionale, ma in fondo anche fuori, si vuole attrezzare alla successione nei rispettivi ambiti di riferimento, ma al tempo stesso, costituisce altresì un limite nella misura in cui, finisce col demotivare quanti  rimangono fuori dalla possibilità di un coinvolgimento.

Il rischio, a partire dal prossimo voto di aprile sulla finanziaria, è l’inasprimento della palude di cui ci sono già tracce evidenti. Giuseppe Lupo, capogruppo all’Ars di un Pd che non farà sconti a prescindere, è tra i parlamentari che, dotati di sufficiente esperienza, attendono al varco l’esecutivo, per metterne a nudo limiti e contraddizioni.

A questo punto tanto vale che si materializzi in fretta l’ufficiale di collegamento, il collante tra coalizione che appoggia il governo e le appendici, varie ed eventuali, ove ci siano, chiamate a puntellare la navigazione zoppicante del centrodestra.

Il resto, di questo passo, rischia di essere cronaca dell’uguale. E pure noiosa.

di Giuseppe Bianca

07 Aprile 2018

La sconfitta di Berlusconi. Ora un Governo senza Forza Italia?

Luigi Di Maio non ha accreditato Berlusconi nelle trattative per le presidenze di Camera e Senato. E difficilmente lo accrediterà in un eventuale Governo. Due gli obiettivi di un possibile Governo Movimento 5 Stelle-Lega che potrebbero essere realizzati sin dalle prime battute: abolizione della legge Fornero e abolizione del Jobs Act. La fine del mangia-mangia sull’accoglienza ai migranti e il ritorno del Sud nell’agenda del Governo

Da ieri il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati hanno i rispettivi presidenti. Sono Maria Elisabetta Alberti Casellati, di Forza Italia, e Roberto Fico, del Movimento 5 Stelle. Ora si apre la partita più difficile: il Governo.

A differenza di tanti commentatori – come i mezzi di informazione riconducibili a Berlusconi, che due giorni fa davano “la rottura dell’unità del centrodestra” solo perché il candidato dell’ex Cavaliere alla guida dell’assemblea di Palazzo Madama, Paolo Romani, è stato ‘bocciato’ – noi non abbiamo la sfera di cristallo.

Insomma: non sappiamo come finirà. Ma un paio di cose pensiamo di essere in grado di intuirle.

Cominciando col dire che il pallino è nelle mani di Luigi Di Maio. Per un motivo semplice: perché è il candidato premier della forza politica che ha preso più voti.

Qualcuno obietterà: ma è la coalizione di centrodestra che ha preso più voti. Questo è falso, perché, come tutti gli osservatori sanno – compresi i ‘corifei’ della ‘Grande informazione’ che oggi fanno finta di non saperlo – Berlusconi, prima del voto, si era messo d’accordo con Renzi: è con l’ormai ex segretario del Partito Democratico che avrebbe costituito il Governo se il PD e Forza Italia avessero superato, insieme, il 40% dei voti.

Siccome sono stati entrambi ‘bocciati’, Renzi e Berlusconi non hanno più titolo per rivendicare la presenza in un eventuale Governo.

Renzi l’ha capito, Berlusconi pure, ma fa finta di non averlo capito.

Il primo messaggio l’ex Cavaliere l’ha incassato: il suo candidato alla presidenza del Senato, il già citato Paolo Romani, è rimasto a casa.

Ora c’è il Governo. Si farà? Non si farà? Ribadiamo: non lo sappiamo.

Ma se un Governo nascerà, da quello che ci sembra di capire ci sono due condizioni irrinunciabili per il Movimento 5 Stelle.

Prima condizione: la Presidenza del Consiglio dei Ministri a Luigi Di Maio.

Seconda condizione: Forza Italia non potrà far parte dell’eventuale compagine di Governo.

Luigi Di Maio ha lavorato molto in questi anni per un suo eventuale Governo. E non è da escludere che proverà a governare. Ma qui entra in scena la seconda condizione: Di Maio si è rifiutato di accreditare Berlusconi durante le trattative per le presidenze di Camera e Senato e sarebbe veramente singolare se dovesse accreditare l’ex Cavaliere intruppando soggetti riconducibili a Forza Italia in un eventuale Governo.

Berlusconi sbraiterà un po’, ma poi si dovrà accodare.

E il programma di Governo? La coabitazione tra Movimento 5 Stelle e Lega non si annuncerebbe facile. Ma se si dovesse arrivare a un Governo è probabile che le due forze politiche comincerebbero ad attuare gli obiettivi per i quali concordano.

Che significa? Semplice: che i primi atti di un eventuale Governo Di Maio – magari con Matteo Salvini vice premier e Ministro dell’Interno – non potrebbero che essere l’abolizione della legge Fornero e l’abolizione del Jobs Act.

Si tratta di due leggi infami che il 95% degl’italiani e forse più detesta. E poiché al Governo non ci sarebbe più il “partito dei lavoratori che ha massacrato i lavoratori”, al secolo il PD, la legge Fornero e la legge sul Jobs Act dovrebbero sparire in meno di un mese.

Qualcuno dirà: e i soldi per abolirle? A questo dovrà provvedere l’Unione Europea dell’euro. E dovrà farlo senza perdere tempo. Perché un eventuale Governo Di Maio-Salvini ‘bocciato’ dall’Europa dell’euro che si oppone all’abolizione della legge Fornero e del Jobs Act, significherebbe rimandare gl’italiani alle urne, con Movimento 5 Stelle e Lega pronte a prendere il 90% dei voti!

Anche sull’IVA i signori di Bruxelles dovrebbero provvedere a darsi una ‘calmata’: dovranno subito ‘rimangiarsi’ la minaccia di un aumento dell’Imposta sul Valore Aggiunto. E dovranno prepararsi a ‘cacciare’ i soldi per pagare i migranti presenti in Italia, soldi che, fino ad oggi, hanno pagato gl’italiani con le tasse.

Sui migranti, con la Lega al Governo, ci sarà una svolta. Quale? Non siamo ovviamente in grado di sapere cosa ha in testa Salvini. Ma abbiamo la sensazione che un eventuale Governo Di Maio-Salvini porrà fine al mangia mangia organizzato dai Governi passati sulla pelle degli italiani e degli stessi migranti.

Potrebbe essere la fine – questo siamo in grado di anticiparlo – delle grandi speculazioni che hanno accompagnato la cosiddetta “accoglienza” dei migranti. Basta, insomma, scaricare i soldi che gli italiani pagano con le tasse nelle tasche dei gestori dei centri di accoglienza.

Non solo. Abbiamo anche la sensazione che un eventuale Governo Di Maio-Salvini porrebbe fine all’Italia mecca delle Ong. In parole più semplici, le Ong francesi che salveranno i migranti li porteranno in Francia e non più in Italia (soprattutto non più in Sicilia come primo approdo). Lo stesso discorso per le Ong tedesche, olandesi, svedesi, filnandesi, scandinave, americane eccetera eccetera eccetera.

E il reddito di cittadinanza? Su quello Di Maio e Salvini non concordano. Ma dubitiamo che il leader del Movimento 5 Stelle derogherà su tale punto. Che gli piaccia o no, su questo punto la Lega dovrà mediare.

Sugli aiuti alle imprese, invece, non ci dovrebbero essere problemi. Anche se, a differenza di quanto hanno fatto i Governi del PD (che hanno riempito di soldi le imprese del Centro Nord Italia riservando al Sud solo sgravi fiscali, in alcuni casi scippando anche le risorse finanziarie al Mezzogiorno per darle al Centro Nord), questa volta ci dovrebbe essere una distribuzione delle risorse, se non altro perché la forza del Movimento 5 Stelle è in buona parte concentrata al Sud.

La cosa non piacerà a tanti, ma per la prima volta dopo gli anni della sinistra DC – che negli anni ’80 del secolo passato era per il 90% concentrata nel Mezzogiorno (per non parlare dei leader di altre correnti della Democrazia Cristiana che erano pure meridionali) – il Sud tornerà nell’agenda dei Governi nazionali.

E parlando del Sud, ovviamente, non si potrà non ridiscutere tutti gli accordi sull’agricoltura che oggi penalizzano questo settore. A cominciare dalla questione del grano duro del Mezzogiorno d’Italia.  

Il Movimento 5 Stelle, al Parlamento europeo, ha fatto una grande battaglia politica e culturale contro il CETA, il trattato commerciale tra Unione Europea e Canada che non è meno infame della legge Fornero e del Jobs Act. Anche su questo punto potrebbe iniziare una bella battaglia.

Foto tratta da strettoweb.com 

25 marzo 2018

 

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