NIENTE RIFORME PER DIFENDERE I PRIVILEGI

Pensare prima al bene della Comunità

All’Ars non c’è una vera maggioranza che voglia sostenere il programma di riforme comunicato dal presidente eletto, Nello Musumeci, e riportato nel Forum svolto da noi, pubblicato il 17 marzo scorso.
Riforma significa modificare lo status quo di sistemi, leggi, procedure burocratiche e altro con l’obiettivo di snellire, semplificare e tagliare le unghie ai privilegiati.
Proprio quest’ultimo obiettivo è il più difficile da raggiungere, perché chi gode di una rendita di posizione – per esempio i vitalizi degli ex parlamentari regionali – non intende rinunciarvi facendo fuoco e fiamme, attivando comunicazioni contrarie su giornali, televisioni e web e facendo tutto il possibile per evitare, appunto, la perdita dei privilegi goduti.
I privilegi si annidano in tante fasce sociali. Peggio, si annidano nelle istituzioni e nella burocrazia, con tutti coloro che gravitano attorno a esse, come professionisti, appaltatori, consulenti e via enumerando.

Il presidente Musumeci non ha una vera maggioranza, se non un insieme di deputati che rappresentano interessi diversi, fra cui evasori, corrotti e corruttori, morosi e altri che non intendono mollare la presa sul danaro pubblico.
La conseguenza di quanto precede è che, di fatto, il presidente Musumeci, dopo otto mesi dalla sua elezione, non è ancora riuscito a fare approvare una vera riforma sostanziale. Sta facendo il possibile per attivare piccole iniziative, stanziando qualche centinaio di milioni qua e là, ma non riuscendo a mettere in moto la vera macchina da guerra che sarebbe l’attivazione della spesa di quella decina di miliardi disponibili tra Fondi europei, statali e accesso al credito, senza contare l’utilizzazione di fondi regionali.
Lo stallo in cui sguazza la Sicilia è devastante, perché i poveri aumentano, i disoccupati non diminuiscono, i giovani senza lavoro sono sempre più disperati, ma quelli preparati se ne vanno, le persone che non studiano, non lavorano e non cercano il lavoro aumentano.
La situazione è drammatica, con un territorio siciliano che cade a pezzi, senza infrastrutture ferroviarie, senza il collegamento stabile con la riva Nord del Paese, con decine di migliaia di chilometri di strade disastrate, con i cantieri delle opere pubbliche fermi, a seguito della disastrosa attività di Crocetta, che li ha ridotti del 90%.

Il presidente Musumeci, all’atto del suo insediamento, ha fatto due importanti dichiarazioni: “Non mi ricandiderò”; “Se non faccio le riforme mi dimetto e mando tutti a casa”.
Si tratta di due impegni estremi, da usare per fare le cose, non per non farle. Tuttavia, questi due propositi non trovano audience in Assemblea regionale e nella burocrazia, che continua a non innovarsi, a non digitalizzarsi, a non emettere quegli atti amministrativi di autogoverno che non hanno bisogno dell’intervento politico.
I dodici assessori non stanno dimostrando la necessaria fermezza per dare una svolta di funzionalità ai sottoposti burocrati, a cominciare dai dirigenti generali.
Nessuno può spostare un dipendente da una stanza all’altra: per tutti valga l’esempio dei 150 dipendenti che dovevano essere trasferiti al controllo delle dighe e, dopo la rivolta dei sindacati, sono rimasti al proprio posto vincendo il braccio di ferro con l’assessore Grasso.

Se il personale non si può governare, se non possono essere adottati moderni ed efficienti metodi organizzativi, se non si diffonde il principio della responsabilità, secondo il quale chi è bravo viene premiato e chi è fannullone viene sanzionato, cioè il principio del merito, è chiaro che nessuno può parlare di riforme, usate come slogan per annebbiare la mente degli ingenui siciliani, i quali a ogni elezione rinnovano il proprio consenso anche nei confronti di chi non li ha serviti come promesso.
Vero è che Crocetta è stato asfaltato dalla gente, che lo ha punito per la sua totale inconcludenza, ma è anche vero che gli stessi elettori hanno dato il consenso a tanti candidati, poi divenuti deputati regionali, che hanno un vecchio curriculum di incapacità politica, non avendo mai concluso, singolarmente e collettivamente, nulla di buono.
Ogni Comunità ha la Classe dirigente che si merita, perché non ha la capacità di selezionare i migliori, perché il bisogno è dilagante, perché l’ignoranza supporta la cultura del favore anziché quella del servizio. Amen!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

di Carlo Alberto Tregua

10 luglio 2018

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