IL COMMENTO. SCANDALI, INCHIESTE E FLOP POLITICI. ADDIO ALL’INDUSTRIA DELL’ANTIMAFIA

L’indagine sul ‘sistema Montante’ fa emergere nuove ombre, dopo quelle legate ai casi Saguto ed Helg, sulla lotta alla criminalità organizzata

PALERMO – Aspettando che l’inchiesta di Caltanissetta faccia il suo corso e che le eventuali responsabilità penali delle persone coinvolte siano acclarate nelle sedi opportune, c’è però un dato che emerge.

Ed è il requiem per quella “industria dell’antimafia”, come l’ha chiamata il presidente della Regione Nello Musumeci. Un’industria, quella dell’antimafia degli affari, come su questo giornale fu definita anni fa, già boccheggiante dopo la lunga scia di scandali degli ultimi anni. L’antimafia organizzata, quella che negli anni si è trasformata in un circoletto, o meglio in una serie di circoletti, quella che ha assicurato carriere e potere, ha visto la sua immagine sbriciolarsi negli ultimi anni, in cui scandali, polemiche e soprattutto inchieste giudiziarie, hanno travolto grossi pezzi della galassia antimafiosa.

Le accuse ad Antonello Montante sono l’ultimo, fragoroso capitolo. L’ex presidente degli industriali è stato dapprima indagato per mafia. Un’ipotesi di reato per la quale non sono stati trovati riscontri. Sull’abbrivio di quelle indagini, gli inquirenti ritengono di aver scoperto un sistema di potere che si sarebbe fondato su corruzioni e spionaggio. Accuse respinte su tutta la linea dal big confindustriale nel suo interrogatorio davanti ai magistrati, che però travolgono la storia recente delle istituzioni regionali, con diversi pezzi del governo Crocetta, ex presidente incluso, finiti sotto inchiesta. Fu quello l’apice del potere dell’antimafia politica, incarnata dall’ex sindaco di Gela, quella che pretendeva di pararsi dietro lo scudo delle denunce per porsi al di sopra di ogni giudizio. Una stagione di governo disastrosa, che abbiamo raccontato in questi anni fotografandone scatto dopo scatto il fallimento. Ora emergono nuovi dettagli, retroscena che se corrispondessero alla realtà racconterebbero di una politica svuotata e delegittimata, soggetta oltre ogni immaginabile misura a influenze che andrebbero ben oltre il lobbismo.

Le ombre sulla politica seguono a quelle che si addensarono su pezzi di magistratura, quella che gestendo i beni sequestrati e confiscati avrebbe seguito logiche spartitorie, secondo le accuse di altri magistrati, quelli nisseni, che indagarono, a piede libero, i colleghi di Palermo oggi sotto processo. Sul caso di Silvana Saguto e degli altri pezzi di quell’ingranaggio dovrà pronunciarsi la magistratura giudicante, ma senza anticipare sentenze è innegabile che l’effetto sull’opinione pubblica di quella vicenda sia stato devastante per la credibilità dell’antimafia. E delle Istituzioni.

Sono stati questi gli anni della caduta di dei e comparse dell’antimafia, da Pino Maniaci, il giornalista di Telejato sotto processo e innocente fino a prova contraria, a Roberto Helg, pezzo da novanta di Confcommercio beccato col sorcio in bocca e condannato.

E accanto a queste storie altri scandaletti, polemiche e risse che non hanno risparmiato nemmeno i più celebrati santuari dell’associazionismo antimafia. Vicende che hanno avuto quasi sempre sullo sfondo la roba, il denaro che da un certo punto in poi ha cominciato a scorrere abbondante, in quella che è diventata una vera e propria industria. Che ha dato tanto lavoro a chi è riuscito a entrarci. E anche agli inquirenti, come quelli di Caltanissetta, dove la Direzione distrettuale antimafia quasi paradossalmente ha dovuto negli ultimi anni concentrare enormi sforzi investigativi sull’antimafia stessa, dal caso Saguto all’inchiesta su Montante.

“Mio padre e Giovanni non hanno mai pronunciato la parola antimafia”, disse il 23 maggio di quattro anni fa Lucia Borsellino. È una riflessione la cui eco risuona oggi. In giorni in cui è forte la tentazione, soprattutto in chi in buona fede ha dato credito a certi proclami, di buttare via tutto, come un indistinto ciarpame, il bambino con l’acqua sporca. Sarebbe un errore, certo. E più voci si sono levate negli ultimi tempi ad ammonire in questo senso. Ma per lo più dall’interno della stessa antimafia di lungo corso, dove si è tentato di tracciare in proprio la linea dei buoni e dei cattivi senza interrogarsi fino in fondo se non ci fosse un limite intrinseco nell’idea che il concetto di “antimafia” potesse essere usato per qualificare una parte, anzi una particola di società, assegnando patenti e certificati. Un errore in sé, commesso da taluni in buona fede da talaltri probabilmente con l’intento di costruire castelli di potere o di trovare rapide e fruttuose scorciatoie. Ecco, tra gli insegnamenti da trarre in questo tempo di disillusione, c’è forse anche quello di archiviare l’uso del lemma antimafia alla stregua di un aggettivo qualificativo. Ci guadagneremmo non poco se invece del politico antimafia, del giornalista antimafia, dell’imprenditore antimafia, ricominciassimo a parlare di persone che fanno il loro, con la loro fallibilità, col rischio di prendere una cantonata strada facendo, senza lo scudo – o la maschera – di un ideale spillino del circoletto.

di Salvo Toscano

18 Maggio 2018

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